Da Parmigianino, Ritratto di giovane donna detta la “Schiava turca”

Prezzo: N.D.
Ars Antiqua srl
Via Pisacane, 55
Milano
Italy
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Epoca:

Da Francesco Mazzola detto il Parmigianino (Parma, 1503 – Casalmaggiore, 1540)

Dimensioni:

Olio su tela, cm 64 x 56

Ubicazione:

Via Pisacane, 55
Milano () Italy

Descrizione

L’elegante e raffinato ritratto in esame deriva da un modello del Parmigianino. Francesco Mazzola nacque a Parma nel 1503. Furono gli zii, Pier Ilario e Michele, anch’essi modesti pittori e tutori dopo la morte del padre, ad avviare allo studio del disegno il piccolo nipote. Inevitabile, in quegli anni, l’influenza del Correggio, il più famoso artista attivo in quegli anni in Emilia. Il primo incarico importante arrivò per l’edificazione della chiesa della Madonna della Steccata che il Parmigianino contribuì a decorare, prima di trasferirsi a Roma nel 1524, alla ricerca di possibili commissioni papali. Spostatosi a Bologna in seguito al sacco di Roma del 1527, ritorno successivamente a Parma.
La fama del Parmigianino fu buona già quando il pittore era ancora in vita. I suoi contemporanei, infatti, gli riconoscevano quello stile e quella ricercatezza del tratto che caratterizzavano le sue opere. La fama crebbe definitivamente nel Novecento quando ci fu un generale aumento di interesse per la corrente manierista e il Parmigianino entrò di diritto nell’albo dei più grandi pittori e artisti di tutti i tempi, riscoperto in età moderna e decisamente rivalutato, nella preziosità delle sue opere e nella ecletticità del suo genio.
Il modello dell’opera in esame è conservato a Parma, presso la Galleria Nazionale. Il dipinto fu già in collezione del cardinale Leopoldo de’ Medici, passò nel 1675 agli Uffizi, lasciata in eredità alla Guardaroba medicea. Citata negli inventari del 1704 e del 1890, è ricordata in quest’ultimo come “ritratto di giovane donna con turbante in capo, con la sinistra tiene un pennacchio, di mano del Parmigianino”. Il 5 settembre 1928 fu data alla Galleria di Parma in cambio di due tavole duecentesche: la tavola di San Zenobi assegnata al maestro del Bigallo proveniente dal Duomo di Firenze acquistata da Ferdinando di Borbone per il tramite del marchese Alfonso Tacoli Canacci, e il Redentore di Meliore Toscano. Oltre al dipinto di Parmigianino giunsero alla Galleria parmense anche il Ritratto della famiglia ducale di Giuseppe Baldrighi e un quadro con Rovine romane assegnato a Hubert Robert.
Nel 1968 fu restaurata e pubblicata dalla Ghidiglia Quitavalle. In quell’occasione venne asportato lo sfondo scuro trovandovi sotto un uniforme color terra. Tale intervento venne criticato da Alessandro Conti (1981), che ritenne il fondo scuro una modifica autografa del pittore, adducendo la sua compatibilità col contorno della figura e la sua presenza nelle copie cinquecentesche. Il titolo di “Schiava turca” è legato al particolare copricapo che venne visto come un turbante, ma in realtà si tratta di un’acconciatura tipica delle nobildonne del Cinquecento, riconoscibile in numerosi altri ritratti della stessa epoca. Una fanciulla dai capelli bruni e dai grandi occhi verdi è ritratta a mezza figura con sguardo malizioso, indossa una veste di seta blu con maniche a sbuffo e sulle spalle porta un velo rigato in oro e arancio. In grembo ha lo zinale, un grembiule leggerissimo e ricamato. In testa ha un’acconciatura a forma di ciambella, la “capigliara” o balzo, costituita da una rete di fili d’oro, decorata, al centro, da un medaglione con Pegaso. Si tratta di un copricapo allora di moda, inventato presumibilmente da Isabella d’Este e presente in numerosi ritratti femminili dei primi decenni del Cinquecento in area lombarda e padana. Una mano dalle dita affusolate, tipica dell’autore, indossa un anellino dorato (indizio che la donna potrebbe essere una giovane sposa) e regge un ventaglio di struzzo, come quello delle spose veneziane, realizzato con grande virtuosismo.
Il ritratto è tra i più espressivi, oltre che dei più noti, dell’artista: la maliziosa sensualità del soggetto è esaltata dallo sguardo fisso verso l’osservatore, dal sorriso ambiguo e dalla sapienza compositiva dei ritmi curvilinei che ne incorniciano la figura. La posizione leggermente di sbieco dà un senso di tridimensionalità. Tra le proposte di identificazione, quella con Giulia Gonzaga al tempo del matrimonio con Vespasiano Colonna oppure con la poetessa Veronica Gambara, che il Parmigianino conobbe personalmente.
Interessante per le possibili interpretazioni l’emblema centrale con il cavallo alato, isolato al cento, come una medaglia senza commenti epigrafici per renderlo ancora più ermetico. Si tratta di un simbolo appropriato a raffigurare la cultura e la sapienza, riferendosi Pegaso, secondo la mitologia, all’iniziazione poetica, identificabile con il colpo di zoccolo con cui il mitico cavallo fece sgorgare dal monte Elicona la fonte Ippocrene a cui si abbeverarono le muse. L’incastonatura della medaglia induce a pensare che l’emblema fosse di molto precedente e risalente a una medaglia di famiglia o presente nelle collezioni di eruditi locali, forse la stessa famiglia Bajardi, cui si ipotizza il quadro fosse appartenuto.

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