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Epoca

XIX secolo

Misure

Olio su tela, cm 80 x 117 – con cornice coeva

Descrizione

Gerolamo Graffigna (Genova, 1861 – Savona, 1932)
La madre dei Gracchi
Olio su tela, cm 80 x 117 – con cornice coeva
Firmato in basso a destra “G.mo Graffigna, 1888”

L’opera raffigura una tipica scena pompeiana, con il primo piano occupato dalla madre Cornelia che accompagna i due figli, Tiberio e Caio, abbigliati con vesti bianche e recanti fiori freschi, come omaggio alla divinità che sono andati ad adorare durante la festività ad essa dedicata, forse i Floreali, in onore della dea Flora, antichissima divinità Sabina del Quirinale, ai quali si assisteva in vesti di vario colore, ad imitazione dei fiori dei campi e dei giardini, di cui si celebrava il risveglio dell’intera natura. Accanto all’ antica abitudine di coronare il capo con ghirlande di fiori vennero introdotti i mimi, piccole scene comiche nelle quali erano ammesse a recitare anche le donne: alle quali, si dice, gli spettatori chiedevano di spogliarsi sulla scena. Numerosi erano i templi ad essa dedicati, come quello nell’attuale Piazza Barberini a Roma o al Circo Massimo.
Cornelia, la madre dei Gracchi, nacque nel 190 a.C. circa da Scipione Africano, colui che sconfisse definitivamente Annibale nella battaglia di Zama, 202 a.C. (Seconda guerra punica) e da Emilia. Nel 175 a.C. Cornelia sposò Tiberio Sempronio Gracco, cui diede dodici figli. Rimasta vedova a 35 anni, rifiutò nozze prestigiosissime con Tolomeo VIII, futuro re d’Egitto, per non venire meno al suo dovere di madre; dei figli però, raggiunsero l’età adulta solo Tiberio e Caio (“tribuni della plebe”) e la sorella Sempronia, che sposò Scipione Emiliano (colui che concluse vittoriosamente la Terza guerra punica). Cornelia, la madre dei Gracchi, è ricordata nell’aneddoto raccontato da Valerio Massimo. Si racconta che un giorno Cornelia ricevette la visita di una ricca matrona romana, che ostentava e decantava i gioielli che indossava; Cornelia la lasciò parlare, poi chiamò i suoi figli e, rivolgendosi alla matrona, disse con orgoglio: «Questi sono i miei gioielli». La scelta di un tale soggetto, che riporta idealmente lo spettatore nel mondo classico, si ricollega alla passione per l’antichità diffusa in Europa fin dal secolo precedente, soprattutto dopo la scoperta di Pompei ed Ercolano, le due città rimaste sepolte dall’eruzione del Vesuvio nel 69 d.C. . Il fascino della città sepolta ebbe una grande eco e forti riflessi nella produzione artistica, sia italiana sia straniera, in particolare inglese e francese (Sir Lawrewnce Alma-Tadema, John William Waterhouse, Joseph Franque fra gli altri). Se in un primo momento ci si concentra sul momento dell’eruzione e sulla drammaticità della fine di Pompei a partire dagli anni ’50 del XIX secolo, su impulso dei rappresentanti napoletani di questo genere pittorico (Domenio Morelli, Camillo Miola, Federico Maldarelli e i loro seguaci) si predilige un filone più aneddotico e sentimentalista, definito “neopompeiano”. Le raffigurazioni vengono inserite entro architetture classiche quali le terme, le domus o le tabernaee. Spesso, si assiste a una produzione incentrata sulle “donne pompeiane”, come in questo caso la rievocazione di una domina tra le più conosciute del mondo romano.
L’autore del dipinto è Gerolamo Graffigna, firmatosi nell’angolo in basso a destra. Egli si forma a bottega da Nicolò Barabino, attivo a Genova e a Pietra Ligure, e si dedicò principalmente a quadri di ge¬nere, soggetti religiosi e paesaggi. Lavorò sovente come affreschista in chiese del Ponente Ligure, tra le quali San Giacomo il Maggiore a Tovo San Giacomo, San Giovanni Battista a Cervo, in cui affresca la volta della cappella dell’Immacolata Concezione, e la chiesa di San Marino di Tours a Toirano, dove lavora tra 1890 e 1893, con l’affresco della facciata e decorando la navata maggiore e il presbiterio, raffiguranti gli episodi dei miracoli del Vescovo di Tours.
Dal 1889 espose con regolarità alle mostre della Società Promo¬trice di Belle Arti di Genova, esordendo proprio con questo dipinto (si susseguono poi quelle degli anni 1890, 1891, 1892 e infine nel 1906); nel 1892 partecipa all’Esposizione Italo -Americana nel IV Centenario Colombiano e nello stesso anno espone anche alla Esposizione Cinquantenaria di Arte Moderna della Società Promotrice di Belle Arti di Torino. È documentata la partecipazione alla Mostra nazionale di belle arti a Milano nel 1906 con il dipinto “Figlia del generalo Oyama”.

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