Cesare Tacchi e la pop art all’italiana: la retrospettiva del Palazzo delle Esposizioni Pt.1

Pubblicato il 30 marzo 2018

Roma, anni Sessanta. Un altro giro in un altro lato della capitale. Eleonora Rebiscini ci porta a Cinecittà, da Schifano, Mambor ma soprattutto da Cesare Tacchi. Pop Art made in Italy!

Parte 1

Cesare Tacchi. Una retrospettiva è il titolo della mostra a cura di Daniela Lancioni e Ilaria Bernardi allestita al piano terra del Palazzo delle Esposizioni di Roma fino al 6 maggio. La volontà di fare luce su questo artista romano, importante per la valorizzazione del contemporaneo italiano, emerge dall’allestimento di questa retrospettiva, che unisce sapientemente apparato didattico e divulgativo.

Il percorso espositivo si apre con una timeline dedicata interamente all’artista, in cui la contestualizzazione storica aiuta il visitatore ad inquadrare non solo il tempo e lo spazio nel modo giusto, ma a collocare Cesare Tacchi nella miriade di artisti che in quegli anni hanno popolato Roma e l’Italia, contaminati e contaminando la cultura Pop appena nata fino agli anni di piombo, per poi giungere agli anni Ottanta e Novanta in cui l’artista non ha esitato a manifestare ancora creatività ed unicità nel suo genere.

Cesare Tacchi a Piazza Navona, Roma 1964. Photo Renato Mambor.

Se dovessimo utilizzare le categorie tanto avverse agli artisti, Cesare Tacchi non fa parte della celebre Scuola di Piazza del Popolo, che ha animato la capitale negli anni Sessanta del secolo scorso. L’artista inizia infatti nel 1957 nella periferia Est di Roma, nel quartiere Cinecittà, in cui nomi poi divenuti celebri quali Renato Mambor (di cui avevamo già parlato qui) e Mario Schifano, allora impiegato al Museo Etrusco di Villa Giulia, animavano una parte della città in divenire che tanto ha ispirato registi come Pier Paolo Pasolini. La Scuola di Cinecittà si trova così alle prese con le prime mostre nella capitale, nella sezione comunista del quartiere e, pochi anni dopo, nella Galleria Appia Antica di Emilio Villa.

Cesare Tacchi durante la sua mostra personale alla Galleria La Tartaruga, 1965. Foto di Plinio de Martiis.

Il visitatore entra nella prima sala e segue un percorso cronologico: una pop art delicata ed austera quella di Poltrona Gialla e Poltrona Rossa, entrambe opere del 1964, che richiamano l’ambiente confortevole della casa nell’arredamento iconico degli anni Sessanta. Un’evoluzione dello stesso soggetto che continua nelle sale successive con la tecnica del capitonnè: poltrone eseguite con vere tappezzerie attaccate sulla tela tramite chiodi, sulle quali giacciono persone normali, senza troppe pretese, rappresentate nella tranquillità interna della casa opposta al fervore del mondo esterno, quello del boom economico. È cosi che troviamo opere quali Renato e poltrona o Sul divano a fiori del 1965, insieme al delicato intimismo di Quadro per una coppia felice, in cui gli sguardi discreti di Rossana Palma e Cesare Tacchi si mescolano inesorabili in un bacio delicato.

Cesare Tacchi, Poltrona gialla, 1964. Collezione privata. Photo Archivio Galleria d’Arte Niccoli, Parma.

La tranquillità, la zona di comfort dei soggetti rappresentati, l’intimità di una domenica pomeriggio passata a chiacchierare sul divano sono elementi che permettono di avvicinarsi a Cesare Tacchi e agli anni romani da lui vissuti, una finestra sul mondo passato in cui l’artista sperimenta le nuove correnti che arrivano dall’America e che lui coglie solo in parte, rimanendo fedele alla riproduzione del reale, almeno apparentemente. Il contorno delle figure comodamente sedute sul divano è infatti ricavato dalla proiezione sulla tela delle fotografie dei soggetti ritratti, conferendo al tempo stesso carattere fittizio e realistico ai soggetti. Una Pop Art all’italiana, senza se e senza ma.

Quadro per una coppia felice, 1965. Gentile concessione di Galleria Tega.

Il visitatore si trova alla metà del percorso ed entra nel circolo centrale della sala, quello in cui quattro televisori trasmettono le performance dell’artista ed un’intervista più o meno recente che lo ritrae nel suo studio a Torrimpietra, nei primi anni del 2000. Cesare Tacchi conferma che negli anni Sessanta a Roma c’era spazio per tutti: Mimmo Rotella aveva appena “inaugurato il discorso Pop” rendendo il quadro un mezzo, non più soggetto, non più un’opera a sé stante. “La Scuola di Piazza del Popolo”, continua l’artista, “è una forzatura, in quegli anni a Roma giravano molti artisti ed ognuno aveva la sua prerogativa, la sua caratteristica, io per esempio ero il tappezziere, Mario Ceroli il falegname”. Definizioni che non stanno strette all’artista, il quale ricorda con lieve nostalgia il periodo florido che ha reso celebre Roma e l’apporto che questa città ha dato, insieme ai suoi colleghi ed amici, al mondo dell’arte contemporanea.

Renato e Poltrona, 1965. Foto di Salvatore Piermarini.

Arriva il 1967 e Cesare Tacchi abbandona l’oggetto artistico in cerca di nuove sperimentazioni: la performance coinvolge anche la sua arte e per questo si lascia alle spalle le sue poltrone per vivere più a fondo la sua profonda condizione di artista.


Eleonora Rebiscini, storica dell’arte e aspirante blogger, inizia ad affacciarsi nel mercato dell’arte contemporanea.
Passatempo preferito: scattare fotografie al museo e pubblicarle su instagram con @elancora.