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Arata Isozaki: il Premio Pritzker 2019 spiegato attraverso le sue architetture

Pubblicato il 21 Marzo 2019

Nato ad Ōita, la terza isola più grande del Giappone, è appena adolescente quando le bombe nucleari spazzano via Hiroshima, Nagasaki e tutto quello che le circonda, compresa la sua città.

La mia prima esperienza di architettura è stata il vuoto dell’architettura.

È da quell’assenza così sconvolgente che inizia ad immaginare come costruire e ri-costruire.  Un modo crudo e spietato di avvicinarsi ad una passione che lo ha reso celebre e che ha contribuito a far nascere in lui un’idea diversa di architettura.

Pochi giorni fa ha vinto il Pritzker Architecture Prize. È “un pioniere nel capire che la necessità dell’architettura è sia globale che locale, che queste due forse fanno parte di un’unica sfida”.

La sua non è la filosofia che si basa sul realizzare fisicamente una struttura esteticamente apprezzabile: Arata Isozaki vuole realizzare edifici che siano culturalmente affascinanti. Hanno detto – a ragione – che la sua è un’architettura che facilita il dialogo tra Oriente ed Occidente, in cui la sottile capacità interpretativa lo ha portato a sviluppare un’idea di edificio fuori dal tempo e dai confini geografici.

Volevo vedere il mondo attraverso i miei occhi, così ho viaggiato in giro per il mondo almeno dieci volte prima di aver compiuto trent’anni

Eppure nel suo linguaggio non ci sono solo retaggi arrivati da orizzonti culturali diversi. L’arte e la scultura lo portano ad esplorare nuove forme, colori e dimensioni spaziali.

Biblioteca della Prefettura di Ōita

Uno stile modernista, più precisamente definito “brutalista”, in cui il cemento a vista, le forme geometriche ed i volumi sono volti ad accentuare le membrature, che risultano quindi quasi grezze, esplose nello spazio.

Voleva che la biblioteca crescesse al di fuori della sua base, e grazie alle travi sospese riesce a dare l’idea di continuità.

Museo d’Arte Moderna di Gunma

Con il tempo l’estetica brutalista viene abbandonata per forme geometriche elementari che comprendono, però, anche inflessioni manieristiche. A Takasaki si trova uno dei suoi primi capolavori.

Il principio che vi è alla base è semplice: la ripetizione di un modulo cubico di 12 metri per lato.

Un’idea semplice, in cui l’unità base del museo può ospitare opere ed eventi culturali in modo nuovo, moderno e flessibile. Perché l’ariosità del tutto consente un continuo ri-allestimento.

Centro Civico di Tsukuba

Rappresenta il mio tentativo di de-costruire gli elementi occidentali mediante elementi giapponesi. I dettagli in cui questi riferimenti classici sono tradotti hanno eliminato ogni traccia di un sistema unificante che sarebbe fine a se stesso.

Di conseguenza gli elementi citati da fonti eterogenee si sovrappongono in modo frammentario.

Con ironia chiamo questo eclettismo schizofrenico

 

 

Palazzo dello Sport Sant Jordi di Montjuic

Supera la precedente posizione postmoderna realizzando il progetto per le Olimpiadi del 1992. Esempio straordinario di delicata innovazione tecnologica, il Palazzo dello Sport, è uno spazio multifunzionale. Arata studia un luogo in cui accogliere le manifestazioni sportive, ma anche in cui gli spettatori possano continuare a “vivere” dopo l’evento.

Questa filosofia, di far continuare a vivere le architetture, è ricorrente nei progetti e ne caratterizza la bellezza.

Museo de l’Hombre a La Coruña

Con quest’architettura si segna il ritorno alle origini, all’arte, alla geometria, alla natura.

Dato che la località è famosa per il granito, perché non usarlo per dare matericità alla struttura?

Ed il museo, così pesante e roccioso viene alleggerito dal vento che, muovendosi per la città, modella anche l’edificio, donandogli leggerezza e semplicità.

 

 

Art Tower Mito

Magistrale esempio di come un elemento semplice come il triangolo possa dar vita ad una spirale tripla, tridimensionale e regina della verticalità.

 

 

 

 

Arata Isozaki, il camaleonte dell’architettura cambia, si evolve, modifica, studia perché

per trovare il mezzo più appropriato per risolvere i problemi, non potevo limitarmi a uno stile. Il cambiamento è diventato il mio stile.