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Laoconte: storia e misteri di una scoperta

Pubblicato il 7 Febbraio 2019

[Agesandro, Atenadoro di Rodi e Polidoro, Gruppo del Laoconte, marmo, I secolo a.C – I secolo d.C, Musei Vaticani.]

 

Il candore del marmo, la freddezza delle superfici così lisce e definite non smorzano la tragicità della morte di un veggente, Laoconte, e dei suoi due figli.
Avviluppati da serpenti marini, si dimenano per liberarsi dalle strette spire. È tutto inutile, le tremende serpi li mordono, li soffocano, li uccidono.
In un gioco di linee curve, di intrecci, di contorsioni, di movimenti bloccati e di sguardi pieni di pathos, Laoconte, lancia un ultimo, disperato sguardo verso gli Dei.

Correva freneticamente verso un enorme cavallo di legno che i greci avevano lasciato in dono appena fuori dalle mura della città.
In cuor suo custodiva un oscuro presagio di morte e correva, disperato, con il solo scopo di fugarlo.

La lunghissima guerra che aveva quasi piegato la città di Troia era terminata, eppure Laoconte conosceva le astuzie dei greci e le temeva.
Prese una lancia, la scagliò contro il ventre del cavallo e sperò con tutte le forze che risuonasse, dimostrando di essere vuoto.
Ma non fu così.

Gridava ora, avvisando tutti di non avvicinarsi al cavallo di Troia, di dargli fuoco e dimenticarsene.
Fu a quel punto che gli dei intervennero: Atena, che si era alleata ai greci e ammirava l’intelligenza di Ulisse, temendo che l’inganno venisse svelato, mandò dei serpenti mostruosi che, dagli abissi del mare, strisciarono verso la spiaggia per uccidere Laoconte ed i suoi figli.

È questa la scena di morte e dolore che un anonimo scultore immortala in una statua incredibilmente viva.
E questa, è la storia di qualcosa che si è perso e che si è ritrovato. È un susseguirsi di misteri, soluzioni e meraviglie che hanno creato il caso del restauro del Laoconte.
È una storia durata secoli, che inizia e termina con una scoperta.

Era una fredda giornata di gennaio del 1506, quando, in una vigna nei pressi di Colle Oppio, vennero alla luce dei serpenti di marmo.
Quelle spire erano un pezzo di storia che riaffiorava dopo anni di oblio. Gli stessi mostri marini che avevano stritolato a morte il veggente troiano, ora li stavano facendo tornare alla luce.

Un’opera così incredibile non poteva passare inosservata, sembra che addirittura Omero parlasse di una statua degna della leggenda, così piena di pathos che l’imperatore Tito l’aveva voluta per sé.
Dal duro terriccio riemerse una scultura di bellezza ineguagliabile che ha appassionato tutto il mondo artistico.
Michelangelo in persona, accompagnato sul posto del ritrovamento da Giuliano da Sangallo ne certifica per primo l’importanza. Si presentava quasi del tutto integra, mancava solo il braccio destro del padre, quello di uno dei figli ed altri piccoli dettagli.

È dall’incompletezza del Laoconte, dalla sua vulnerabilità, che scaturisce il desiderio di vederla completa, nel suo splendore originario. Ed è così che si è scritta una delle pagine più interessanti della storia del restauro.

Ma cosa significa restaurare?
Oggi, il fine ultimo è rendere nuovamente fruibile un’opera, che possa cioè perdurare nei secoli, senza però cancellare le tracce del tempo.
Anticamente, invece, il restauro aveva il solo scopo di ricostruire.

Così perfetto, così emotivamente stimolante, il Laoconte era desiderato da tutti, ma fu Papa Adriano VI a comprarlo per porlo nei giardini del Belvedere. Il luogo degno per un’opera di tale splendore.

È il 28 aprile del 1523, quando alcuni ambasciatori della Repubblica di Venezia, arrivati a Roma per dichiarare ubbidienza al Papa, chiesero di visitare il Belvedere e descrissero quella “figura di grandissima eccellenza”, soffermandosi sulla sua raffinatezza, tanto che “si veggono li nodi, le vene e i proprii nervi da ogni parte, che più in un corpo vivo non si potria dir meglio”.
È seduto con due fanciulli, stretto da serpenti che li avvolgono tanto che “si vede manifestamente languire e morire e si vede uno dei puttini, cinto strettissimamente a traverso dal biscione, ben due volte intorno, una delle quali gli traversa le tettine e stringegli sì il cuore che vien morto”, l’altro, ancora vivo sente la morte sopraggiungere e “con la faccia lagrimosa, gridando verso il padre”.
La disperazione e la violenza di questa scena sono così perfette che gli ambasciatori veneziani ritennero che fosse “impossibile che arte umana arrivi a fare tanta opera e così naturale”.

Mistero numero uno.
Gli ambasciatori veneziani ricordano che mancava il braccio destro del Laoconte: una vera stranezza. Anni prima, infatti, un giovanissimo Jacopo Sansovino, si era distinto in una gara artistica voluta da Bramante per eseguire una copia dell’opera ed integrare l’originale.
Sansovino, artista in erba, venne acclamato anche da Raffaello, che ritenne il suo progetto perfetto, ricco di pathos ed emozione anche grazie alla posizione del braccio: piegata all’indietro.
Come mai ora manca?

Probabilmente, il giovane scultore aveva apposto alcune parti in gesso che, con il tempo, si era sgretolato o si era danneggiato a tal punto da essere rimosso. La sua inesperienza non gli permetteva di essere così padrone delle tecniche scultoree da modificare un tale capolavoro.

Tanti piccoli misteri che si dipanano sbirciando tra i documenti antichi, ed è tra questi che emerge un secondo nome: Baccio Bandinelli.
Nonostante diversi indizi mostrassero che il braccio destro fosse piegato, dietro la spalla del sacerdote troiano, prevalse l’opinione che lo ipotizzava esteso in fuori, in un gesto eroico, di grande dinamicità. Alcuni addirittura ritenevano che Laoconte reggesse una lancia, pronto a scagliarne una seconda.

Bandinelli ipotizzò che il braccio fosse sì dietro la schiena, ma piegato di 90° verso l’alto. In contrapposizione simmetrica rispetto al sinistro.
Un gioco di linee curve – il triplice avvolgimento del serpente attorno alla spalla – e rette che aiuta l’occhio a comprendere il dinamismo dei movimenti. Introduce alla scena ed al suo pathos.
Eppure, non era quella la soluzione più apprezzata.

Novecento ducati d’oro. Era questo il prezzo che Papa Leone X aveva stanziato per riprodurre una copia del Laoconte. Sarebbe stata un regalo perfetto per il Re di Francia, Francesco I. L’opera doveva essere scolpita in marmo, in pezzi separati, perché Michelangelo sosteneva che l’originale fosse un insieme di blocchi marmorei.
Mentre il dono per il re francese procedeva, anche la statua romana veniva completata seguendo il progetto di Bandinelli stesso.

 

[Baccio Bandinelli. Gruppo del Laocoonte. Marmo. 1519-1525. Firenze, galleria degli Uffizi]

 

Eppure, c’è un secondo mistero: non abbiamo documenti che riguardano il restauro completo dell’opera. Manca, cioè, una testimonianza di quale fosse la posizione finale del braccio restaurato.
Perché? Forse perché non riuscito sufficientemente bene o, forse, perché intervennero opposizioni esterne e non poté completarlo.
Rimarrà un mistero.

Ha ora inizio il terzo atto, quello che vede come protagonista Giovanni Angelo Montorsoli, uno dei più fidati collaboratori di Michelangelo.
Era il luglio del 1532 quando Sebastiano del Piombo, che curava gli affari di Michelangelo in curia, comunicava all’amico e artista, di aver ottenuto dal Papa che “il frate che lavora il marmo” uscisse dal convento e si recasse a Roma. Così come il Buonarroti desiderava. Quel che interessava Michelangelo non era tanto il restauro delle statue del Cortile del Belvedere, quanto la realizzazione di un progetto nuovo e grandioso. La tomba di Giulio II.
Nel frattempo, Montorsoli, avrebbe restaurato l’Ercole-Commodo, l’Apollo e, ovviamente, il Laoconte.
Oberato di lavoro, Montorsoli non riusciva a dedicarsi come avrebbe voluto ai restauri, ed è proprio il Laoconte che ne fece le spese.

Il nuovo braccio risultava molto più semplice di quello bandinelliano: sollevato ed inclinato leggermente in avanti. Afferra con forza il serpente, i muscoli sono tesi nello sforzo di allontanare la fiera da sé e ci riesce. Il braccio è libero dalle spire, i serpenti mortali si annodano solamente all’altezza del bicipite, formando un occhiello.
È l’ultima strenua opposizione al destino che gli dei hanno scelto per lui, ed è descritta dalla gestualità carica d’enfasi e disperazione.

 

[Gerard Audran, Laocoonte quotato, vista anteriore. Stampa all’acquaforte. In Les proportions du corps humain &c., À paris, s.n., 1683, tav. 1.]

 

Terzo mistero.
Nonostante il braccio fosse stato realizzato nel 1533, venne installato solo tra il 1535 ed il 1540, quando Montorsoli ormai non si trovava più a Roma. Perché?
C’è un aneddoto settecentesco, significativo, fluttuante ed anonimo, ma probabilmente veritiero. Non volendo confrontarsi con i summi artifices, lo scultore avrebbe deciso di modellare in terracotta un braccio. Un elemento fastidioso, che dava l’idea di essere solo un modello preparatorio. E tale, probabilmente era: un abbozzo per un restauro non portato a termine.

Ultimo atto. Il mistero svelato.
Un salto di quattro secoli e siamo nel 1905, quando Ludwig Pollack visita la bottega di uno scalpellino romano, in via Labicana, a poche centinaia di metri dal luogo in cui l’opera era stata trovata.
Tra blocchi di marmo, le centinaia di statue frammentate, polvere di gesso ed attrezzi, Pollack nota un braccio piegato. Sgretolato dal tempo, eppure ancora stretto dal corpo di un serpente, il braccio del Laoconte aveva riposato, aspettando pazientemente di essere ritrovato.
La straordinaria scoperta non venne accolta con il clamore che ci aspetteremmo. Il marmo apparentemente diverso, le proporzioni giudicate più piccole, il pessimo stato di conservazione, la lacuna di almeno 10 cm. tra il braccio e la spalla, fecero credere che il nuovo frammento non appartenesse all’originale, ma ad una delle sue copie.
Dovettero passare cinquant’anni perché al ritrovamento venisse dato il risalto che meritava e che, con un’operazione lunga, laboriosa e dispendiosa, il braccio Pollack tornasse al suo proprietario. Tra il 1957 ed il 1959.

Così termina la vicenda del braccio del Laoconte. Una scoperta che ha appassionato tutto il mondo artistico, che si è adoperato per restituire all’opera lo splendore di un tempo, tessendo così l’ordito di una storia del restauro particolare e complessa, che è terminata solo quando è riemerso l’ultimo, originale, intatto, tassello di questo puzzle marmoreo.

 

Dettaglio del braccio Pollack.

 


Sofia Pettorelli
Laureatasi da poco in Gestione dei Beni Culturali, lavora attualmente in un ufficio stampa.
La passione per la scrittura, il racconto e l’arte la portano alla collaborazione con TheArcult.