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Epoca

XVII secolo

Misure

Olio su tela, cm 36,5 x 46 con cornice cm 50 x 59,5

Descrizione

Filippo Lauri attr.
(Roma, 1623 – ivi,1694)
Satiro trattenuto da due amorini e Venere
Olio su tela, cm 36,5 x 46
con cornice cm 50 x 59,5

Nella poliforme unione tra tratti umani e animaleschi, la figura mitologica del satiro, abitante di boschi e foreste e controparte selvaggia di Dionisio e Pan, stigmatizza l’eccezionale forza della natura e la passionale virulenza dell’animo umano. Nel presente è figurato accanto a Venere, distesa su un triclinio e richiamante la sua attenzione con un composto gesto della mano. Il recipiente rovesciato sul terreno, da cui si riversa copioso del vino, sigla la vittoria dell’amore cortese e più lirico sulla brutalità immediata dell’istinto umano: i due amorini che trattengono il fauno chiarificano le pulsioni istintuali frenate da un sentire più intellettuale, metaforizzato dalla dea.
Il dipinto è accostabile a due dipinti simili di Filippo Lauri oggi conservati in collezione privata romana e londinese, discostandosene unicamente per la disposizione delle nuvole e per il diverso calzare della dea, mancante nella collezione romana. La marca piacevolmente idilliaca e la cura formale che permeano la tela consentono un chiaro avvicinamento all’opera più matura del Lauri.
I primi insegnamenti pittorici derivarono all’artista, molto probabilmente, dal padre Balthasar Lawers, italianizzato in Lauri, che fu operativo nella città di Roma durante la splendida parentesi barocca della capitale. È supponibile che l’artista avesse appreso l’arte pittorica anche dal fratello Francesco, come lui nato a Roma e a sua volta allievo di Andrea Sacchi. L’apprendistato presso Angelo Caroselli ne determinò lo stile, in un primo tempo accademico e rigoroso. A seguito della morte del maestro, nel 1652, l’impronta di Lauri virò ad una più personale introspezione sentimentale, raggiunta attraverso un’applicazione del colore più sfumata; la linea disegnativa, percepibile nel soffuso virare coloristico, ne indirizzò le composizioni in un calibrato riempimento chiaroscurale di pronunciate ombreggiature e conversi lampi luminosi, al pari del presente. Nel 1654 l’artista si iscrisse all’Accademia di San Luca, sugellando la propria presenza nella frangia barocca della capitale, che garantì lui l’avvicinamento al mecenate Alessandro Vittrice. Grazie a Vittrice giunse la commessa per affreschi nel distrutto casino Farnese presso porta S. Pancrazio, in cui Lauri dipinse, secondo quanto riportato dal principale biografo Baldinucci, il Giorno e la Notte, quindi le Quattro Stagioni. Girolamo Farnese, che richiese questi freschi al Lauri e che allora ricopriva il ruolo di maggiordomo dei Palazzi Apostolici, lo consigliò per la squadra di artisti in procinto di affrescare la galleria di Alessandro VII nel palazzo del Quirinale, diretta da Pietro da Cortona. Lauri eseguì le scene con il Sacrificio di Caino e Abele e Gedeone spreme la rugiada dal vello, accostandosi alla lezione di Giovan francesco Grimaldi e Ciro Ferri. La partecipazione a questa impresa collettiva incoraggiò la collaborazione dell’artista con colleghi vedutisti o estensori di capricci architettonici, quali Viviano Codazzi e il figlio Niccolò. Per un secondo eccellente mecenate romano, Giovan Battista Borghese, l’artista eseguì dipinti perduti per le chiese dei Ss. Gregorio e Antonino a Monte Porzio Catone; la ristrutturazione di Palazzo Borghese tra il 1671 e il 1678 vide il coinvolgimento dell’artista alle figure entro i medaglioni, quali Giove e Io spiati da Giunone e Argo, Io e suo padre Inaco.
È possibile raffrontare il presente ad un Fauno con Cupido in collezione privata, dal medesimo ed esuberante tripudio fogliaceo; similmente due Venere e satiri in collezioni private di Lubiana, Londra e Roma denotano l’appartenenza culturale del presente all’estro del Lauri.

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