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Epoca

XVII secolo

Misure

cm 95,5 x 133 - Cornice cm 111 x 148

Descrizione

Scuola romana, XVII secolo

Paesaggio con figure – Olio su tela

La tela, di grande formato rettangolare, ritrae un ampio scorcio di rigoglioso e bucolico paesaggio, probabilmente della campagna romana o dell’Agro, attraversato da un corso d’acqua (plausibilmente Tevere, Aniene o Almone), che divide idealmente in due porzioni la tela. L’opera è da riferire alla mano di un pittore formatosi sugli esempi del grande paesaggio barocco romano seicentesco, che vede le sue radici prima nei paradigmatici brani di paesaggi come le Lunette Aldobrandini di Annibale Carracci, poi nelle opere di Lorrain (Claude Gellée), Nicolas Poussin e Gaspar Dughet. Se in passato, dunque, il paesaggio veniva considerato lo sfondo scenografico sul quale proiettare la rappresentazione di personaggi divini o umani, nel XVII secolo esso diviene un genere pittorico autonomo e codificato. Con Carracci si origina il cosiddetto paesaggio ideale: una ricostruzione mentale di una natura pacificata ed armoniosa in cui si realizza il sogno di una perfetta comunione con l’uomo. Sulla scia di Annibale, come detto, durante il Seicento il paesaggio “classico” romano conosce una lunga e felice stagione ad opera di artisti come Domenichino, e i francesi Claude Lorrain, Nicolas Poussin e Gaspar Dughet. Con Lorrain si sviluppa l’indagine della campagna romana in ogni suo aspetto, studiandone le variazioni nelle diverse ore della giornata, delle stagioni o condizioni atmosferiche, sempre però nutrita da un senso bucolico virgiliano. Con Poussin l’approccio diviene elaborazione intellettuale e sofisticata costruzione razionale. Dagli esempi dei grandi maestri, la stagione barocca romana, dalla metà del Secolo, vide fiorire diverse personalità che con riprese, ma anche importanti personali rielaborazioni, portarono ad ulteriore diffusione il genere. Una personalità accostabile all’opera in esame è quella di Crescenzio Onofri (1634-1714), definito dal Salerno come unico vero allievo del Dughet, che diffonderà poi a Firenze il gusto del paesaggio barocco influendo su pittori toscani quali il Panfi e il Peruzzini. Attivo soprattutto come frescante (commissioni nei palazzi Theodoli, Pallavicini, Colonna…), portò anche nei suoi dipinti la maniera larga del decoratore. Suoi quadri sono in varie raccolte romane; sono da citare a confronto, ad esempio, i paesaggi provenienti dalla Collezione Sacchetti e oggi presso la Pinacoteca Capitolina. Alcune sue opere sono nella collezione Almagià a Roma, altre nel Palazzo di Montecitorio, ma il gruppo più cospicuo è nella Galleria Doria. L’Onofri ebbe un grande successo presso le famiglie romane, dimostrato dalle importanti commissioni e dalle importanti collaborazioni nella realizzazione delle figure in alcune sue opere, da citare quella col Maratta, come citato negli inventari di Casa Colonna. Nel 1689 l’Onofri si trasferì a Firenze al servizio di Cosimo III. Molte delle opere realizzate in questo periodo mostrano la presenza di collaboratori nelle figure, da Livio Mehus (1689-91) ad Antonio Giusti, Pier Dandini, Francesco Petrucci e Magnasco (1689-91). La tela esaminata si caratterizza per il felice intersecarsi dei pendii collinari che armoniosamente declinano verso lo sfondo riportando certamente ai reali scenari romani. La porzione centrale della scena, occupata in parte dalla trasparenza delle rumorose acque del fiume, è affiancata da ambo i lati da due grandi masse costituite dalla folta chioma di imponenti fronde arboree. Un ridotto porto si sviluppa sulla riva verso l’orizzonte, mentre al di là di un ponte costituito da diverse campate si erge un borgo. Ad animare il paesaggio fanno silenziosa comparsa di sé diverse figure umane; da sottolineare la presenza nel primo piano del gruppo con cavaliere a cavallo e altre due figure. Una comune scala cromatica pervade il paesaggio ruotando intorno alle tinte terrose utilizzate per la vegetazione e per le parti rocciose, cui si contrappongono le cromie più fredde dell’ampio squarcio di cielo che apre il paesaggio verso il profondo orizzonte, occupando così a sua volta un posto d’onore.

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