XVIII – XIX secolo, Paesaggio con scena mitologica, da Claude Lorrain (1600-1682)

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Epoca:

XVIII - XIX secolo

Dimensioni:

Olio su tela, cm 24 x 32,5 - cornice, cm 37 x 45

Ubicazione:

Via C.Pisacane, 55
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Descrizione

XVIII-XIX secolo, da Claude Lorrain (Chamagne, 1600 – Roma, 1682)
Paesaggio con la Ninfa Egeria
Olio su tela, cm 24 x 32,5
Con cornice, cm 37 x 45

Felice ripresa di uno degli eruditi paesaggi del Lorrain, Paesaggio con la ninfa Egeria, il presente ripropone accademicamente il classico gusto seicentesco per il paesaggio. “Claude Gellée dit le lorrain”, come l’artista amava firmarsi, derivò il soprannome dal Ducato di Lorena in cui ebbe i natali. È possibile elaborarne la biografia a partire dai documenti coevi del Baldinucci e dello Sandrart, e ricostruirne l’eccezionale corpus mediante il Liber Veritatis, album autografo di 195 disegni, principiato nel 1639 quale registro per la tutela della paternità dei propri dipinti. Giunto a Roma fanciullo, già nel 1616 Lorrain fu impegnato nell’affresco di Villa Lante di Bagnaia, zona Viterbo. Successivamente altalenante tra Napoli e la capitale, iniziò a frequentare la bottega di Agostino Tassi, interessandosi nel contempo alla lezione del Cavalier d’Arpino. Tornato in patria nel 1625 (del tempo, i lavori presso la chiesa dei Carmelitani di Nancy), l’artista fece immediato ritorno a Roma, specializzandosi nel genere del paesaggio, da lui elevato a vera e propria manifestazione dell’ideale classico. Lorrain lo ripropose tramite sognanti architetture, a volte ruinistiche, disposte prospetticamente entro un apparato naturale bucolico, summa della poesia di Elsheimer, della pittura di Paul Brill e degli esiti dei Carracci, prontamente imitati da uno stuolo di paesaggisti bolognesi. Una celere fama lo investì in vita, tanto che persino Urbano VIII si rivolse lui per commesse, imitato da molti notabili religiosi, in contatto con il suo agente personale Elpidio Benedetti.
Il presente ripropone l’omonima tela conservata presso la collezione Borbone del Museo e Real Bosco di Capodimonte, datata al 1669. Si figura un episodio della vita di Egeria, oggi detta “ninfa”, in realtà dea preromana, declassata erroneamente dalla tradizione letteraria occidentale criticante il mito romano. Egeria era a capo delle divinità delle acque sorgive, le Camène. Leggenda racconta che divenne amante e quindi moglie di Numa Pompilio, secondo re di Roma, facendosi consigliera di quante numerose e notorie leggi nonché riforme religiose il re avesse varato. Egeria è qui figurata presso il bosco delle Camene, presso cui era solita incontrare il marito, entro la Grotta delle Camene; sue compari e un messo sopraggiunto improvvisamente, indicante la città, stanno però avvertendola della dipartita di Numa. Come riportato da Ovidio (Metamofosi, XV, 486-492, 547-551), la divinità si scioglierà letteralmente in lacrime, dando vita ad una sacra fonte, poi identificata variamente con due sorgenti romane, l’una presso Porta Capena e l’altra sui monti Albani, nel limitare del bosco di Ariccia.
Per il paesaggio Lorrain si ispirò in parte al lago di Nemi, amata località antica presso cui sorgeva un sacro bosco dedicato a Diana, essenziale santuario il cui rituale sarà osannato più tardi dall’antropologo James Frazer nella monumentale opera The Golden Bough (1890). Il lago sorgeva sui feudi della notabile famiglia Colonna, che commissionò al Lorrain il dipinto, nel 1669. Certa suggestione derivò al pittore anche dal panorama di Marino, allora altro possedimento dei Colonna. A sinistra di Egeria è osservabile l’iscrizione “Ninfa Egeria” e accanto la firma “CLAVD…GELLE IVF ROMA 1669”. Il Paesaggio passò nelle collezioni borboniche nel 1800, grazie al diretto intervento di re Ferdinando IV di Borbone.

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