XVII secolo
Andrea Celesti (Venezia, 1637 – Toscolano Maderno, 1712)
La cacciata di Agar
Olio su tela, cm 124 x 167
Scheda critica Prof. Giuseppe Sava
Originario di Venezia, dove nacque nel 1637, Andrea Celesti si formò inizialmente presso la bottega di Matteo Ponzone per poi perfezionarsi sotto la guida di Sebastiano Mazzoni. Già nel decennio tra il 1659 ed il 1669 dimostrò il proprio talento cimentandosi in articolati cicli decorativi per le dimore patrizie veneziane, tra cui spicca l’intervento nel salone d’onore di Palazzo Erizzo. La sua fama in città crebbe rapidamente, portandolo nel 1676 a realizzare l’effigie del doge Nicolò Sagredo destinata a Palazzo Ducale, un successo che gli valse poco dopo la nomina a Cavaliere per mano del doge Alvise Contarini. Di questo prestigioso riconoscimento l’artista fece orgoglioso sfoggio firmandosi con l’abbreviazione del titolo cavalleresco nelle imponenti tele eseguite successivamente per la sede del governo veneziano, come nel caso dell’opera raffigurante Mosè e il vitello d’oro. Verso la metà degli anni Ottanta del Seicento contribuì all’abbellimento della chiesa di San Zaccaria e nel 1687 raggiunse l’apice istituzionale venendo eletto Priore del Collegio dei pittori. Sebbene una leggenda narri di una sua fuga precipitosa da Venezia dovuta a uno sgarbo satirico verso il doge Contarini — al quale avrebbe aggiunto orecchie asinine in un ritratto dopo averne subito i giudizi negativi — è più verosimile che il suo trasferimento sia stato favorito dal legame con Scipione Delaj, esponente di una facoltosa famiglia bresciana attiva negli affari in laguna. Dopo una parentesi a Rovigo, dove si ipotizza abbia lavorato per la Rotonda, Celesti si stabilì sulla sponda bresciana del Garda, a Toscolano Maderno, legandosi stabilmente al territorio sia professionalmente, con le tele per la chiesa parrocchiale e per la dimora dei Delaj, sia privatamente, prendendo in moglie la veneziana Martina Davagni. Negli anni Novanta la sua attività si spostò a Brescia e successivamente a Lonato, dove ricevette l’incarico per un’opera celebrativa comunale, per poi trasferirsi a Treviso nel 1696. In terra trevigiana ottenne numerose commissioni per grandi composizioni religiose, oggi purtroppo non più rintracciabili, facilitate dalla mediazione dell’abate Rinaldo Rinoldi che lo avrebbe introdotto anche nella decorazione della propria villa ad Asolo. Allo scadere del secolo l’artista rientrò in laguna inaugurando un proprio studio professionale nel 1700, pur mantenendo saldi i rapporti con la clientela bresciana e trovando nuovi sbocchi lavorativi tra Padova e Rovigo. Nuovamente presente nei registri della corporazione dei pittori veneziani dal 1708, Andrea Celesti morì intorno al 1712, spegnendosi proprio in quella Toscolano che lo aveva accolto durante la maturità.
Considerato una delle figure più affascinanti e “fuori dagli schemi” del barocco veneziano di fine Seicento, la sua pittura costituisce un ponte tra la solida tradizione del passato ed una libertà espressiva che anticipa quasi le vaporosità del Settecento. Profondamente influenzato dai grandi maestri del Cinquecento veneziano, Tintoretto per il dinamismo e Veronese per l’uso teatrale degli spazi, Celesti sviluppò una cifra stilistica ribelle, caratterizzata da una pennellata compendiaria, rapida e sintetica, sacrificando la precisione del dettaglio in favore dell’effetto d’insieme e dell’emotività della luce. In questa Cacciata di Agar emerge la sua pennellata sfrangiata e vaporosa, che lascia le figure prive di contorni netti, immortalandole nel loro apparente dissolversi nell’atmosfera circostante. Questo approccio crea, di fatto, un effetto di “non finito” che conferisce alle sue opere una vitalità vibrante. L’opera mette in luce come l’artista riesca a trasformare un dramma biblico in una scena teatrale densa di pathos psicologico attraverso una tecnica estremamente libera. Il volto di Agar, rivolto verso l’alto con gli occhi arrossati, è un capolavoro di emotività: la scena è costruita su un gioco di sguardi e gesti divergenti, dove Abramo imperioso caccia braccio teso Agar, che implora il cielo, mentre il bambino osserva la madre, creando un ritmo narrativo incalzante. Il confronto più immediato è con le grandi tele della Chiesa dei Santi Pietro e Paolo a Toscolano. In particolare, nelle scene di martirio o nelle grandi composizioni corali, ritroviamo lo stesso modo di trattare le masse muscolari e i volti “sfatti” dalla luce e dal sentimento. La monumentalità di Abramo richiama le figure senili e autoritarie dei profeti dipinti per il Garda.
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