XVI secolo
125 x 168
Bottega di Bonifacio de’ Pitati (Verona, 1487 ca. – Venezia, 1553)
Adorazione dei pastori con i Santi Francesco e Caterina
Olio su tela, cm 125 x 168
L’opera si configura come derivazione dal modello di Bonifacio de’ Pitati conservato nella Chiesa degli Eremitani di Padova e raffigurante l’Adorazione dei pastori con I Santi Francesco e Caterina, databile per livello stilistico alla prima metà del XVI secolo, sebbene la lacuna documentaria che interessa la formazione dell’artista veronese abbia inficiato la corretta collocazione delle opere risalenti alla produzione giovanile, in particolare relativa al trentennio che va dal 1501 al 1528. Le caratteristiche formali e tipologiche della prima produzione, tuttavia, lo collocano già a Venezia, probabilmente entro il 1510-15. Questi elementi conferiscono veridicità alla notizia, riportata da Carlo Ridolfi (1648, 1914, p. 284), che Pitati avesse trascorso un periodo di apprendistato nella bottega di Jacopo Palma il Vecchio, rapporto che dopo un primo apprendistato si tramutò in una collaborazione vera e propria.
A partire dagli anni Venti, Bonifacio de’ Pitati iniziò a creare una cerchia di committenze, eseguendo dipinti sia per la devozione privata che per quella pubblica, dimostrando ancora una stretta dipendenza dai motivi palmeschi e al contempo un certo grado di autonomia. Con la morte del maestro e collega Palma il Vecchio, il 30 luglio 1528, scomparve una delle più importanti botteghe veneziane di primo Cinquecento, dando spazio a Bonifacio di proporsi da protagonista sul panorama artistico veneziano. Le tele di questi anni si caratterizzano difatti per l’ispirazione nordica dei paesaggi, in contrapposizione al solenne lirismo di Palma, anche se vi aleggia sempre la spiritualità data dal locus amoenus del paesaggio verdeggiante popolato da divine presenze.
È probabile che da principio Bonifacio Pitati potesse contare quasi esclusivamente sull’aiuto del giovane Antonio Palma (1515-1575, padre di Jacopo Palma il Giovane), che dovette compiere il suo garzonato presso di lui a partire dal 1528 (Ludwig, 1901, p. 74). In breve, tuttavia, egli seppe adeguare la bottega alla peculiarità dell’appalto, che imponeva di garantire un elevato livello qualitativo con tempi di esecuzione rapidi, soprattutto per la committenza pubblica che cambiava repentinamente. Approfittando del prestigio acquisito dalla propria bottega, che richiamò talentuosi giovani come Jacopo Bassano e Jacopo Tintoretto (1518-1594), quindi Andrea Meldolla poi noto come lo Schiavone, Bonifacio adottò gli stessi prima come garzoni (1530-35 circa) e poi come collaboratori (almeno fino al 1540).
Nel 1530 l’artista fu registrato nelle liste dei maestri dell’arte. La sua scuola veneziana trasse continuativamente linfa vitale del colorismo giorgionesco e dalle narrazioni palmesche, rispettando precipuamente i ritmi figurativi dell’entroterra a differenza di quanto andavano facendo il Pordenone (1483-1539) e Sebastiano del Piombo (1485-1547), i quali invece trassero dal soggiorno romano sviolinanti traduzioni tosco-romane. Attorno agli anni Trenta la pittura del De’ Pitati mostrò un avvicinamento ai modi tipici di Lorenzo Lotto (1480-1556/7), pure solitario artista peregrino, tanto che si rende possibile presumere un coinvolgimento dei due artisti nei medesimi circuiti di committenza. Contestualmente al mercato della borghesia artigiana, Bonifacio riuscì a intercettare alcune importanti commissioni ecclesiastiche, la più prestigiosa delle quali fu la decorazione dell’altare delle Reliquie nella chiesa di S. Maria dei Servi, databile al 1533.
La presente opera rimarca splendidamente la rilevanza tipicamente veneta attribuita alla luce e all’uso del colore, che funse da trampolino di lancio per il riconoscimento internazionale della scuola veneta di XVI secolo, sorta dai mosaici marciani e indirizzata dal Bellini su una direttrice di eterna ascesa.
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