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Epoca

XVII secolo

Misure

121 x 94,5

Descrizione

Giovanni Bernardo Carbone (Genova, 1616 – 1683)

Ritratto di Gentiluomo, 1650 ca.

Olio su tela, cm 121 x 94,5 – con cornice, cm 144 x 119

Scheda critica del Prof. Giacomo Montanari

 

“…co’ suoi belli ritratti fa tuttavia equivocare anco l’intendenti col giudicarli del Vandych”: così Carlo Giuseppe Ratti descrisse, nell’ambito delle Vite de’ pittori, scultori, ed architetti genovesi (1768), la pittura di ritratto di Giovanni Bernardo Carbone, maestro molto apprezzato già dai suoi contemporanei. L’artista si formò nella bottega di Giovanni Andrea De Ferrari nel corso degli anni Trenta del Seicento, un periodo in cui la scena figurativa genovese era attraversata da intensi stimoli provenienti dall’esterno e da vivaci processi di contaminazione culturale. In particolare, la componente fiamminga, sostenuta dalla presenza di figure eminenti come Rubens (a Genova nel primo decennio del XVII secolo) e, successivamente, Van Dyck, oltre che da una consolidata comunità di pittori nederlandesi, offriva modelli espressivi fondati su un naturalismo raffinato e lussuoso, capaci di soddisfare le esigenze della committenza aristocratica desiderosa di immagini atte a ribadire il proprio prestigio sociale. In questo contesto, Carbone seppe assimilare e rielaborare con intelligenza — talvolta con accorta abilità — gli insegnamenti di De Ferrari e Domenico Fiasella, insieme alle suggestioni tratte da Van Dyck e Jan Roos, nonché gli apporti stilistici di Valerio Castello e Domenico Piola. Il genere del ritratto conobbe così una notevole diffusione e Carbone si impose tra i pittori più ricercati, distinguendosi per la capacità di adattare il modello vandyckiano alle aspettative della nobiltà genovese più aggiornata.

Il dipinto raffigura un aristocratico non identificato, colto nell’atto di voltare il capo e lo sguardo verso sinistra, come se fosse improvvisamente distratto dall’ingresso di una figura nello spazio della rappresentazione. Dal fondo scuro emergono con forza il drappo rosso, che occupa la parte destra della scena e richiama soluzioni tipiche di Van Dyck, e la vivace tovaglia distesa sul tavolino. La mano sinistra del personaggio si appoggia a quest’ultimo, mentre la destra è sospesa a mezz’aria. L’abbigliamento è caratterizzato da eleganti maniche a spacco, completate da polsini e colletto bianchi, chiusi al collo da un piccolo ornamento pendente sul petto. Il volto, che suggerisce un’età non superiore ai trent’anni, presenta un incarnato vivo e leggermente arrossato, accentuato da labbra piene, di un rosso intenso, serrate in un’espressione composta e impassibile. L’opera riflette i caratteri formali della ritrattistica genovese sviluppatasi a partire dalla fine degli anni Venti del Seicento, derivati in larga misura dall’esempio di Van Dyck, attivo a Genova tra il 1621 e il 1627, e condivisi da altri pittori fiamminghi come Jan Roos e Jan Hovaert, presenti nello stesso contesto negli anni successivi. Al di là di tali influenze, tuttavia, il dipinto rivela chiaramente la mano di un artista di solida formazione genovese, quale Carbone. I suoi tratti autografi emergono nella pennellata vibrante e inquieta che definisce e illumina le superfici tessili così come nella resa carnosa e vitale delle mani e del volto. I toni rossi del drappo trovano un preciso riscontro nella veste della Vergine nella Madonna col Bambino dormiente conservata ai Musei di Strada Nuova di Genova. Analogamente, la cura degli incarnati e la resa quotidiana e concreta di labbra, mani e sguardi si ritrovano nel Ritratto di Lucrezia Pallavicino, eseguito intorno al 1658 in occasione del suo matrimonio con Giovanni Giacomo Brignole, che costituisce un termine ante quem per la datazione della tela. Proprio alla fine degli anni Cinquanta del secolo, Carbone appare ormai pienamente autonomo e capace di imprimere una forte impronta personale alle proprie opere, pur senza rinunciare all’eredità vandyckiana. In una fase iniziale di questo processo, attorno al 1650, si può collocare il dipinto in esame, ancora saldamente ancorato agli schemi compositivi e alle caratteristiche esecutive che avevano definito in modo così incisivo la ritrattistica genovese.

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