XVIII secolo
112 x 153
Ludovico Soardi, attr. (Rimini, 1764 – post 1837)
Coppia di Nature morte
Olio su olio, cm 112 x 153 – con la cornice, cm 133 x 170
Le due nature morte qui presentate, attribuite a Ludovico Soardi (Rimini, 1764 – post 1837), si inseriscono con particolare interesse nel quadro ancora frammentario della produzione romagnola tra la fine del Settecento e i primi decenni dell’Ottocento, ambito nel quale la natura morta non costituisce una tradizione strutturata ma piuttosto un genere praticato episodicamente da singole personalità. In questo contesto emergono le figure di Nicola Levoli e di Carlo Magini, cui Soardi sembra guardare, reinterpretandone i modelli in chiave più aggiornata e accademica. La prima tela, Natura morta con pesci, cacciagione e verdura, si svolge entro un ambiente scuro, costruito attraverso un fondo bruno compatto che assorbe la luce e lascia emergere gli oggetti grazie a un’illuminazione radente, proveniente dall’esterno in senso diagonale. Su un tavolo appena percepibile sono disposti pesci dalle carni argentee, un volatile, e due ceste colme di verdure. La composizione è calibrata secondo un equilibrio studiato: la cesta di destra, più alta e ricca di elementi, bilancia il volume più compatto di quella in terracotta posta a sinistra, mentre i pesci e la cacciagione creano una linea orizzontale che stabilizza l’insieme. L’attenzione alla resa tattile delle superfici – le squame lucide, le piume morbide, l’intreccio dei vimini – rivela una stesura sottile e levigata, priva di quelle increspature materiche che caratterizzano la pittura di Levoli, suggerendo un approccio più controllato e accademico. La seconda tela, Natura morta con vaso di fiori, noci, mortaio, tacchino spennato e salmone, amplia il registro iconografico introducendo un’ambientazione più articolata. Il tavolo è collocato davanti a un mobile porta-piatti ligneo e a una parete su cui pendono stoviglie in metallo, elementi che strutturano lo spazio e conferiscono profondità prospettica. In primo piano, un vaso bronzeo accoglie rose e boccioli dai toni rosati, accostati a un mortaio in pietra con pestello e a noci sparse, mentre un volatile spennato, legato con spago, è disteso accanto a un filetto di salmone adagiato su un piatto posto sopra un recipiente di rame. L’ordine compositivo, lungi dall’essere casuale, manifesta una consapevolezza accademica nella disposizione degli oggetti, che si organizzano secondo una progressione volumetrica attentamente ponderata. Il confronto con le tre tele conservate al Museo Stefano Bardini di Firenze, già riferite a Nicola Levoli e caratterizzate dalla presenza di pesci, tacchini spennati e mortai, risulta stringente sul piano iconografico. Tuttavia, nelle opere qui esaminate si avverte una diversa qualità della materia pittorica, più liscia e compatta, e una maggiore chiarezza nella costruzione spaziale, elementi che consentono di ipotizzare la mano di Soardi. La sua attività, documentata almeno dal 1787 e attestata alle esposizioni dell’Accademia di Belle Arti di Ravenna nel 1835 e 1837, trova un primo punto fermo nelle otto tele di collezione privata di Fano, una delle quali firmata e datata 1810, dalle quali emerge un linguaggio coerente con quello delle opere in esame. In assenza di una tradizione locale consolidata, Soardi sembra dunque interpretare la lezione di Levoli e Magini attraverso un filtro aggiornato, caratterizzato da un gusto più moderno nella resa luministica e da una disciplina compositiva di matrice accademica. Le due tele si configurano così come testimonianze significative di una declinazione romagnola della natura morta, capace di coniugare il naturalismo descrittivo con una ricerca di equilibrio formale e di finezza esecutiva.
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