XVII secolo
50 x 134
Mattia Bolognini (Montevarchi, 1605 – Siena, 1667)
Leda con il cigno – Danae ricoperta dalla pioggia di monete d’oro
Olio su tela, cm 50 x 134
Scheda Critica prof. Marco Ciampolini
La coppia di dipinti illustra due dei temi mitologici più cari alla cultura figurativa del tempo, incentrati sulle metamorfosi amorose di Giove. Nel primo episodio è raffigurata Leda, sensualmente adagiata su un drappo rosso mentre si concede al bacio del cigno, sembianza assunta dal padre degli dei per sedurla. Dalla loro unione, come tramandato dal mito, avrebbero avuto origine i Dioscuri (Castore e Polluce) e Clitennestra. La cifra stilistica della composizione appare come un esplicito omaggio alla celebre invenzione di Michelangelo per Alfonso d’Este, modello imprescindibile per la fortuna del soggetto in epoca moderna. Nella seconda tela, la principessa Danae è ritratta nel momento culminante del mito: trafitta dalla freccia di Cupido, viene fecondata dalla pioggia d’oro, ulteriore manifestazione divina di Giove. Anche in questo caso i riferimenti colti sono evidenti: la posa del putto, infatti, richiama con precisione la figura del fanciullo che appare nell’Aurora di Guido Reni, a testimonianza di una raffinata cultura visiva debitrice della grande tradizione barocca e rinascimentale. Nonostante la citazione del maestro del classicismo, le nostre tele sono intrise di una realtà senza filtri, di un amore per il reale che tratta i corpi femminili non come dee perfette, ma come donne comuni. Questa poetica, unita all’utilizzo di colori freddi e di un disegno incisivo, richiama il linguaggio del senese Rutilio Manetti (1571–1639). Qui il pittore rielabora queste istanze verso una visione neo-veneta, come mostra l’attenzione verso il paesaggio; si tratta quindi di un autore vicino a Rutilio, ma attento alla velocità pittorica del tempo. Si tratta di Mattia Bolognini, pittore originario del Valdarno Aretino. Battezzato a Montevarchi nel 1605, si formò probabilmente nell’orbita di Giovanni da San Giovanni, da cui trasse un rigore formale e una sensibilità umorale estranei al caravaggismo imperante. Trasferitosi a Siena, dove è documentato stabilmente dal 1636, consolidò la sua carriera attraverso prestigiose committenze pubbliche e private, collaborando a lungo con l’Ospedale di Santa Maria della Scala, per il quale realizzò nel 1638 il Sant’Antonio Abate. Nel tempo, Bolognini assorbì l’influenza di Bernardino Mei e le suggestioni del barocco romano, come dimostrano le sue Maddalene, le cui pose scultoree riecheggiano la Verità del Bernini. Il loro rapporto fu così profondo che Bolognini è oggi considerato il continuatore naturale della bottega del Mei dopo la partenza di quest’ultimo per Roma nel 1657. In questa fase, la sua pittura si evolve verso una maggiore fluidità materica, evidente sia in opere sacre come la Visione di sant’Andrea Gherardi — che rivela aperture verso il paesaggismo neoveneto e romano di Andrea Sacchi. Oltre alla pittura di pale d’altare, Bolognini si distinse come uno dei ritrattisti più impegnati e acuti della metà del secolo, capace di interpretare la perspicacia di Sustermans attraverso una pennellata fragrante e una profonda introspezione psicologica. Ne sono esempi significativi il ritratto di Aregofila Incontri o quello dei coniugi Gori Pannilini, dove la verità fisiognomica e la cura per i dettagli materici si uniscono a un’impostazione monumentale. L’opera che meglio riassume la sua maturità artistica è il Sant’Antonio da Padova di Pelago. Nonostante le incertezze sulla datazione precisa, dovute a lacune nell’iscrizione, il dipinto è un capolavoro di equilibrio: fonde un solenne tono melodrammatico con citazioni di “cruda realtà” e un sapore quasi teatrale. La sua attività, documentata fino alla morte avvenuta a Siena nel 1667, testimonia una parabola artistica capace di coniugare il realismo analitico d’oltralpe con l’eleganza e la luce della classicità italiana.
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