XVIII secolo
alt. 24
XVIII, Scuola emiliana
Vergine col Bambino
Terracotta policroma, h cm 24
In un territorio come quello emiliano, privo di cave di pietra e bagnato dalle acque del Po, la storia della scultura è nata, per necessità e per genio, dall’argilla. In una regione dove il marmo era un lusso lontano e inaccessibile, gli artisti impararono a lavorare la terra dei fiumi, trasformando un materiale umile in un’arte straordinaria. Non si trattò di un ripiego, ma di una scelta precisa: la terracotta divenne il mezzo ideale per raccontare la fede in modo diretto e carnale. Attraverso la creta, i maestri emiliani riuscirono a tradurre i grandi temi sacri in un linguaggio vicino alla gente, dando vita a una religiosità “tattile” e profondamente umana, capace di parlare al cuore di chiunque.
Il percorso della scultura emiliana trova il suo primo, sconvolgente vertice nel Quattrocento con Niccolò dell’Arca. Con lui, l’umile creta abbandonò ogni funzione decorativa per farsi teatro del dolore: il celebre Compianto sul Cristo Morto in Santa Maria della Vita a Bologna rappresenta, in tal senso, un punto di non ritorno per l’intensità espressiva della materia.
Tuttavia, con il passare dei secoli, quella violenza drammatica andò trasformandosi: se il Rinascimento era stato l’epoca del grido, il Settecento divenne l’epoca dell’affetto e della grazia. In questo contesto si inserisce perfettamente l’opera in esame — la Vergine con il Bambino — esempio mirabile di come l’argilla, nelle mani dei maestri bolognesi e modenesi, potesse competere con la nobiltà del marmo attraverso il calore della materia e la morbidezza del modellato.
L’analisi strutturale del gruppo scultoreo rivela una composizione piramidale tipica del tardo barocco, in cui la figura della Vergine domina lo spazio avvolta in un panneggio fluente e quasi teatrale. Le pieghe pesanti del manto blu, contrastando con il rosso vibrante della veste, fungono da vettori di movimento che guidano l’occhio verso il fulcro della scena: il Bambino. Egli appare adagiato su un muretto in rovina, un topos iconografico che simboleggia il tramonto dell’era pagana e la nascita della Nuova Alleanza.
A rendere l’opera ancor più vivida concorre la tecnica della policromia a freddo, perfezionatasi proprio nel XVIII secolo. Grazie alla pittura, le sculture riuscivano a simulare con straordinario realismo la morbidezza degli incarnati e la preziosità delle stoffe, rendendo l’esperienza del sacro un incontro vicino, tangibile e profondamente quotidiano.
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