XIX secolo
79 x 69
Pittore Nazareno del XIX secolo (Roma, prima metà del XIX secolo)
Madonna col Bambino
Olio su tela, cm 79 x 69
Firmato e datato in basso a sinistra Nier pinxit Anno 1828
La Madonna col Bambino in esame costituisce una testimonianza emblematica dell’estetica dei Nazareni, quel gruppo di pittori tedeschi che, nella Roma della prima metà del XIX secolo, cercò di rivoluzionare l’arte europea tornando alle radici della spiritualità cristiana e della purezza formale rinascimentale. L’opera colpisce immediatamente per la sua nitidezza quasi arcaica: la Vergine è ritratta con un volto ovale perfetto, la pelle diafana e un’espressione di composta malinconia che richiama direttamente le Madonne del giovane Raffaello e la grazia di Perugino, mentre il Bambino Gesù, colto in un movimento dinamico ma aggraziato, è sostenuto dalle mani affusolate della madre in un gesto di protezione. L’uso del colore segue i dettami della confraternita, privilegiando tinte sature e scelte stilistiche arcaicizzanti, stese con una pennellata uniforme che nega il vago sfumato accademico a favore di un disegno netto e di un forte accento lineare. Le radici di questa visione affondano nelle teorie romantiche di Wilhelm August von Schlegel e Wilhelm Heinrich Wackenroder, che vedevano nell’arte un mezzo di elevazione spirituale e patriottica. Fu proprio in reazione al classicismo delle accademie che il 10 luglio 1809 Friedrich Overbeck, Franz Pforr e altri allievi dell’Accademia di Vienna, come Ludwig Vogel e Joseph Sutter, fondarono la Lega di San Luca o Lukasbund. Giurando fedeltà alla Verità e ripudiando la maniera accademica, il gruppo si trasferì a Roma nel 1810, stabilendosi nel monastero di Sant’Isidoro. Qui gli artisti condussero una vita comunitaria e monastica, dipingendo nel refettorio e discutendo dei propri lavori la sera, arrivando a posare l’uno per l’altro per evitare l’uso di modelli dal vero. Questo stile di vita, unito alle lunghe chiome e alle ampie cappe che erano soliti indossare, portò Joseph Anton Koch a coniare per loro il soprannome di “Nazareni”. La loro produzione, che rifiutava i temi mitologici a favore di soggetti biblici e della letteratura italiana, trovò espressione monumentale nelle grandi decorazioni murali romane. Nel 1815, Jacob Salomon Bartholdy affidò loro la decorazione di Palazzo Zuccari con le Storie di Giuseppe, mentre nel 1817 il marchese Carlo Massimo Giustiniani commissionò al gruppo, a cui si erano aggiunti Philipp Veit e Wilhelm Schadow, la decorazione dell’omonimo Casino al Laterano con scene tratte dalla grande letteratura di Dante, Tasso e Ariosto. Nonostante l’ammirazione del futuro Luigi I di Baviera e la successiva diaspora che portò molti membri a Monaco e Praga, lo spirito del gruppo rimase vivo attraverso Overbeck, che restò a Roma fino alla morte nel 1869. L’opera qui analizzata riflette proprio questa “ricomposizione filologica” dello stile dei primitivi italiani, dove la monumentalità della colonna classica sullo sfondo e la stesura del colore crudo si fondono in un’immagine che non è solo rappresentazione, ma un atto di devozione che mira a resuscitare l’anima profonda dell’arte.
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