XVII secolo
46 x 35
Seguace di Baldassarre Franceschini detto il Volterrano (Volterra, 1611 – Firenze, 1690)
Maddalena
Olio su tela, cm 46 x 35
Con cornice, cm 56 x 44,5
L’opera, un olio su tela raffigurante la Maddalena, è riferibile alla mano di un artista gravitante presso la bottega di Baldassarre Franceschini detto il Volterrano (Volterra, 1611 – Firenze, 1690), come dimostra il confronto stilistico ed iconografico con la Maddalena eseguita dal maestro stesso.
Il Volterrano nacque a Volterra nel 1611 (data fornita dal Baldinucci, colui che ci restituisce la sua biografia), figlio dello scultore locale Gaspare Franceschini, fu avviato alla pratica artistica dal padre, per diventare poi apprendista, sempre a Volterra, del fiorentino Cosimo Daddi. Si fece notare da Ludovico Guarnacci, uno dei suoi primi committenti, e da Curzio Inghirami, fratello del più potente Giulio, segretario di Cristina di Lorena. Proprio Giulio lo introdusse nell’ambiente fiorentino e fece sì che nel 1628 entrasse a bottega da Matteo Rosselli, uno degli artisti più quotati allora attivi in città. Per via della pestilenza, il Franceschini tornò a Volterra un anno dopo, dove dipinse una serie di affreschi che sono tra le sue prime opere note: una Purificazione in Sant’Agostino, un’Assunta già nella congregazione dei Cappellani della cattedrale e ora nell’oratorio di Sant’Antonio Abate (1631) e il Sogno di Elia nell’abbazia di San Giusto (1632, perduti invece gli affreschi nella volta e nel coro: si tratta di lavori dove si legge l’influenza del Rosselli, anche se una certa rigidità compositiva risente ancora del provincialismo dei suoi primi passi.
Tornato a Firenze, fu cinque mesi nella bottega di Giovanni da San Giovanni, mettendo mano sia all’affresco d’altare nella chiesa di San Felice in Piazza, sia alla decorazione della sala dell’Udienza negli appartamenti estivi di palazzo Pitti (oggi detta Sala di Giovanni da San Giovanni nel Museo degli argenti), dove gli viene attribuito un pennacchio con un monocromo di piume in un vaso (1635). Dopo la morte del suo maestro (1636), che era il principale artista della corte medicea, sempre per l’interessamento del conterraneo Giulio Inghirami, il Franceschini viene presentato ufficialmente a corte, facendo esporre una sua opera (un perduto affresco portatile detto “paniera”, di cui restano un paio di disegni preparatori) a palazzo Pitti.
Gli effetti di tale iniziativa non si fecero attendere, tanto che già un anno dopo don Lorenzo de’ Medici gli affidò l’importante compito di affrescare nella villa La Petraia un ciclo di affreschi nei loggiati del cortile, sul tema dei Fasti medicei. Diventato tra gli artisti più apprezzati del momento, dipinse nel corso degli anni cinquanta numerose opere religiose, tele da cavalletto e alcuni affreschi nei palazzi della nobiltà fiorentina, come a palazzo della Gherardesca (per Guido della Gherardesca), al palazzo di Valfonda (per Cosimo Riccardi), a palazzo Niccolini (per Filippo Niccolini), al palazzo di San Clemente (per Tommaso Guadagni e i suoi figli), a palazzo Taddei (per Vincenzo Giraldi), alla villa medicea di Castello (per il cardinale Giovan Carlo de’ Medici).
Come ritrattista effigiò, tra le personalità più importanti, il giovane Cosimo III, ancora principe, papa Alessandro VII e l’amico Filippo Baldinucci.
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