XVII secolo
27 x 30
Alberto Carlieri (Roma, 1672 – 1720 ca.)
Capricci con figure
Olio su tela, (2) cm 27 x 30
Nei capricci architettonici di Alberto Carlieri le rovine non sono mai il vero soggetto del dipinto, ma una quinta con cui costruire lo spazio e governare la luce. L’impostazione frontale ricorda talvolta Viviano Codazzi e Giovanni Ghisolfi, ma in Carlieri l’interesse archeologico cede il passo a una progettazione lucida di spazi aperti e chiusi, di matrice pozzesca, ben diversa dall’idea progettuale di Ghisolfi: le sue architetture uniscono con naturalezza interno ed esterno. Colonne spezzate, capitelli corinzi e cornici sporgenti sono avvolti da una vegetazione spontanea, come nei capricci del Museo dell’abbazia di Montecassino, con la Predica di un apostolo, il Capriccio con baccanale e il Capriccio con Pasce oves meas. Le architetture a doppia fila di arcate del Capriccio con predica in collezione privata tornano puntuali, e la concezione a pendant, con impianti speculari che si rispondono, è la stessa dei Capricci con Allegoria dell’Autunno, anch’essi in collezione privata.
I due dipinti in esame si inseriscono con naturalezza in questo percorso. Nel primo, un’arcata a due fornici con balaustra, aperta su un paesaggio marino dove biancheggia una città turrita; in primo piano tre figure conversano e un giovane con bastone siede sui gradini. Nel secondo la composizione si rovescia: il peso è a destra, dove un colonnato sostiene una trabeazione possente davanti a un grande sarcofago scuro su cui si affacciano due personaggi, mentre a sinistra un arco monumentale si apre su un borgo lontano. La scena aneddotica è più affollata: una donna in rosso indica in alto, una madre col bambino siede a terra, due uomini riposano con un cagnolino. In entrambe le tele il contrasto tra le ombre profonde e le parti in luce, dai colori quasi smaltati, e le figurine vivaci, che animano lo spazio senza sopraffarlo, restituiscono quella posata eleganza che è il tratto più riconoscibile del maestro: sono le “vaghe storiette di figurine ben mosse, ben colorite” lodate dalle fonti antiche.
Carlieri si formò a Roma con Giuseppe de Marchis, alla scuola della pittura rovinista, e si avvicinò poi ad Andrea Pozzo, di cui fu allievo e collaboratore. Da lui, autore del trattato Perspectiva pictorum et architectorum, che sarebbe diventato il riferimento teorico di architetti e artisti del Settecento, apprese la sapienza prospettica e l’arte di ravvivare le composizioni con scene aneddotiche. Ebbe grande successo in vita, apprezzato per le architetture luminose e brillanti: le sue opere figuravano nelle maggiori gallerie capitoline, dalla collezione di Filippo II Colonna ai Rospigliosi fino al cardinal Valenti Gonzaga. Insieme ad Alessandro Salucci fu l’incipit per Giovanni Paolo Panini, tanto che le sue opere furono spesso confuse con quelle del grande maestro.
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