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Epoca

XVII secolo

Misure

50 x 67

Descrizione

Carlo Francesco Nuolone (Milano, 1609 – 1662)

L’apparizione dell’angelo ad Agar e Ismaele

Olio su tela, cm 50 x 67

Questa affascinante opera, raffigurante l’Apparizione dell’angelo ad Agar e Ismaele nel deserto, costituisce una testimonianza esemplare della raffinata produzione matura di Carlo Francesco Nuvolone, indiscusso protagonista del Seicento lombardo spesso soprannominato dal critico Roberto Longhi (assieme al fratello Giuseppe) come il maestro del “Nuvolone azzurro” per le sue caratteristiche atmosfere vaporose, morbide e sfumate. L’episodio, tratto dal libro della Genesi, mostra la serva di Abramo scacciata nel deserto di Bersabea, ormai rassegnata alla tragica fine propria e del piccolo Ismaele, visibile sullo sfondo in un momento di abbandono e sfinimento accanto a un’orba ormai del tutto vuota. L’improvviso intervento divino si palesa attraverso un angelo dalle sembianze efebiche, che squarcia le tenebre del paesaggio indicando con un gesto eloquente la sorgente d’acqua salvifica. Il dipinto rivela chiaramente la transizione stilistica di Nuvolone, che partendo dai modelli severi e drammatici del primo Seicento milanese, segnato da Giovan Battista Crespi detto il Cerano e da Giulio Cesare Procaccini, approda a un linguaggio sensibilmente più lirico, elegante e sensuale, fortemente influenzato dal colorismo veneto e, soprattutto, dall’ascendente di Antoon van Dyck e dalle morbidezze emiliane di Guido Reni e Correggio. La figura di Agar incarna alla perfezione l’ideale femminile tipico dell’universo poetico nuvoloniano, presentandosi come una giovane donna dalle forme generose, caratterizzata da un incarnato madreperlaceo e vellutato, guance arrossate da un’emotività trattenuta, collo importante, labbra carnose dal caratteristico labbro superiore ben modellato e occhi languidi rivolti verso il messaggero celeste. La sensualità del seno scoperto, bilanciata dal classicismo dei panneggi della veste rosso-aranciata, crea un vibrante contrappunto emotivo che dialoga mirabilmente con la figura dell’angelo. Quest’ultimo si libra dall’alto avvolto in un turbine di nubi e panneggi leggeri che sembrano quasi liquefarsi nell’atmosfera, guidato da una gestualità teatrale ma aggraziata, siglata dal tipico allungamento delle dita che conferisce alle mani una straordinaria espressività. Carlo Francesco, figlio del pittore Panfilo e di sua moglie Isabella, nacque tra il 1608 e il 1609 a Milano, città nella quale risiedette per tutta la vita. Lasciata la bottega del padre Panfilo, e in essa superando il fratello quanto a perizia tecnica, l’artista si gettò ben presto nello studio delle opere dei massimi lombardi, ovvero il Cerano – incontrato presso la frequentazione della da questi diretta scuola di pittura dell’Accademia Ambrosiana – Giulio Cesare Procaccini, il Morazzone e Daniele Crespi. Trasse da questi un vivo sentimento figurale, superandone il manierismo borromaico quando si consumò la peste manzoniana, nel 1630, e con essa si ribaltò il panorama controriformistico. Conferma della precoce fase artistica del Nuvolone è la Pietà e Santi della collegiata di Bormio eseguita tra il 1631 e il 1634. Già nella pala per la chiesa di Santa Marta milanese si assume tuttavia una più limpida risoluzione compositiva, maggiormente sensibile alla luce degli incarnati. L’adesione totale del pittore allo spirito barocco si manifesta anche nelle caratteristiche uniche delle sue opere destinate ai collezionisti privati. In particolare, intorno al 1640, si sviluppò una marcata preferenza per la rappresentazione di scene profane, ispirate non solo alla mitologia, ma anche a testi chiave della letteratura del Cinquecento, come “Il Pastor Fido” di Giovan Battista Guarini. Attraverso figure femminili in pose languide e gesti teatrali, si delinea così una serie di dipinti sensuali e melodrammatici, che testimoniano efficacemente il cambiamento dei gusti dei collezionisti milanesi dell’epoca, ormai lontani dalle scelte rigorose promosse durante il periodo borromaico. Il tema di Agar e l’angelo fu, infatti, particolarmente caro a Carlo Francesco Nuvolone e alla sua bottega, che lo replicarono in diverse varianti destinate alla devozione privata e a importanti cicli decorativi. Una delle varianti compositive più celebri e vicine della maturità dell’artista è l’Agar nel deserto confortata da un angelo della Pinacoteca di Brera, databile intorno al 1648 e proveniente dalla storica collezione Arese, alla quale si affiancano le strettissime redazioni quasi sovrapponibili conservate nella prestigiosa Collezione Molinari Pradelli a Castenaso e in varie collezioni private milanesi, nelle quali si riscontrano la medesima impostazione monumentale ma addolcita delle figure, l’uso espressivo del braccio dell’angelo proteso a indicare la via e il volto reclinato di Agar con lo sguardo rapito. L’inconfondibile volto della donna, con i grandi occhi espressivi e il piccolo naso delicato, trova inoltre un riscontro puntuale in una serie di fortunati soggetti biblici ed eroici femminili dipinti dal Nuvolone, come la Giaele e Sisara passata in tempi recenti sul mercato antiquario o le sue celebri raffigurazioni della Carità e di Didone, in cui la resa dell’incarnato esibisce quella delicatissima intonazione perlata che si accende improvvisamente sulle gote e sulle punte delle dita, vera e propria firma stilistica del maestro. La dinamica dell’angelo messaggero ricalca invece da vicino gli schemi compositivi dell’affresco di identico soggetto realizzato da Carlo Francesco per la cappella della Villa Arconati a Castellazzo di Bollate, in cui la stesura pittorica fluida e compendiaria dei panneggi testimonia l’estrema libertà di pennello raggiunta dall’artista negli anni centrali del Seicento, dove il disegno si sottomette felicemente a una stesura cromatica vaporosa e vibrante di luce.

 

 

 

 

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