XVII secolo
72 x 93, 5
Cerchia di Francesco Albani (Bologna, 1578 – 1660)
Cupidi dormienti disarmati dalle ninfe
Olio su tela, cm 72 x 93, 5
Con cornice, cm 96 x 117,5
L’opera in esame costituisce un’elegante e raffinata testimonianza della fortuna visiva e dell’enorme successo collezionistico dei modelli ideati da Francesco Albani (Bologna, 1578 – 1660), tra i massimi e più acclamati interpreti del classicismo emiliano del Seicento. La composizione raffigura l’episodio allegorico de Gli amorini disarmati dalle ninfe di Diana (noto anche come Il trionfo della Castità o L’Inverno), soggetto che trae la sua fonte d’ispirazione letteraria dalle Eikones di Filostrato di Lemno — testo di straordinaria fortuna tra Cinque e Seicento che descrive i giochi e le allegorie degli amorini legati alle quattro stagioni — e dal tema classico del contrasto tra l’Amore e la continenza.
La scena è ambientata in un idilliaco ed esteso paesaggio boschivo che si apre su un luminoso orizzonte al tramonto. In primo piano, tra drappeggi morbidi e un’attenta resa chiaroscurale, un gruppo di amorini giace addormentato; approfittando della loro vulnerabilità, le ninfe di Diana — seguaci della dea della caccia e custodi della purezza — sottraggono loro furtivamente gli archi e le faretre piene di frecce. Sul fondo, altre ninfe bruciano le armi d’amore su un falò purificatore, mentre nella fascia superiore della tela, assisa su una nube radiosa e accompagnata dal crescendo della mezzaluna iconografica, appare la stessa dea Diana a presiedere benevola al definitivo trionfo della Castità sulle insidie e sulla futile bellezza incarnate da Venere e Cupido.
Dal punto di vista compositivo, l’invenzione risale ai celebri cicli dedicati alle Storie di Venere e Diana concepiti dall’Albani tra il secondo e il terzo decennio del Seicento. Il prototipo di questa tela trova il suo primo fondamentale precedente nel celebre tondo Il trionfo di Diana (o Inverno) eseguito per il cardinale Scipione Borghese (Roma, Galleria Borghese), opera che concluse il celebre ciclo borghesiano introducendo l’epilogo morale della vittoria della Castità. Successivamente, nel 1621, l’Albani rielaborò la serie per il duca Ferdinando Gonzaga di Mantova, dando origine alle quattro tele rettangolari oggi conservate al Musée du Louvre di Parigi, tra cui spicca proprio Les Amours désarmés.
Rispetto alla versione del Louvre, la presente tela mostra un’articolazione della scena rigorosamente speculare (ribaltata da destra a sinistra). Tale inversione iconografica rappresenta l’elemento chiave per la corretta contestualizzazione dell’opera: essa attesta infatti con certezza l’impiego di una stampa di traduzione come modello di bottega. Le incisioni d’epoca, improntando la matrice in modo speculare rispetto al dipinto originale, restituivano sul foglio stampato un’immagine invertita, che veniva poi prontamente adottata da allievi, seguaci e copisti d’epoca — ambito in cui si distinsero intere botteghe tra Seicento e Settecento.
La capillare diffusione di tali incisioni rispondeva all’imponente domanda del mercato dell’epoca. Come testimoniano sia le repliche autografe edite dall’Albani (tra cui le varianti conservate a Bordeaux, Kassel e Potsdam) sia le coeve copie di alta qualità volute dagli stessi collezionisti (come quelle eseguite per i Borghese e oggi al Colegio de Santamarca a Madrid), la pittura “anacreontica” del maestro bolognese — capace di trasformare il mito antico in una serena ed armonica compenetrazione tra figura e natura — garantì a queste immagini una lunghissima e fortunata risonanza, di cui la presente tela rappresenta una pregevole rielaborazione d’epoca.
ronto con l’opera qui analizzata si vedano in particolare gli studi di capre realizzati a olio su carta e ad acquerello conservati presso l’Accademia Carrara e la Pinacoteca Ambrosiana del dipinto di medesimo soggetto conservato presso il Museo di Casa Martelli a Firenze.
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