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Epoca

XVIII secolo

Misure

230 x 186,5

Descrizione

Felice Boscaratti (Verona, 1721 – Venezia, 1807)

La Fama rende gloria a Marcantonio Bragadin alla presenza di Minerva e del Valore militare

Olio su tela, cm 230 x 186,5  con cornice, cm 247 x 203

Scheda Critica Prof. Giuseppe Sava

 

Committente: Giovanni Bragadin (1699-1775) — già vescovo di Verona, eletto Patriarca di Venezia nel 1758 e patrono del pittore veronese — e il senatore Gasparo Bragadin (1704-1778).

 

Provenienza: Palazzo Bragadin a San Cassiano

 

L’opera — che intreccia il coraggio dell’uomo in lorica all’intelligenza di Minerva e alla gloria eterna promessa dalla Fama in alto — trova il suo fulcro concettuale nel motto ciceroniano e oraziano «DULCE ET DECORUM EST PRO PATRIA MORI». La densa e articolata trama allegorica vede protagonista l’ardimentoso guerriero impersonante il Valore militare, sulla cui lorica spiccano numerose protomi leonine che rimandano alle virtù della Fortezza, dell’Ardire e della Magnanimità. I suoi capelli sono intrecciati con steli di gramigna, simbolo d’«Amor di Fama» che richiama la corona obsidionale conferita nell’antica Roma ai condottieri capaci di salvare l’esercito in frangenti di estremo pericolo. Ai suoi piedi divampano fiamme che simboleggiano l’eresia e il male, affiancate da armi calpestate “alla turchesca” quali scimitarre e dardi, chiare allusioni alla secolare minaccia ottomana nell’Egeo. Al suo fianco, Minerva, dea della sapienza e della sagacia, esibisce lo scudo con la Gorgone a indicare la vittoria sul male e, con uno stilo d’oro, indica con precisione la parola «DECORUM» incisa sull’ara marmorea, a sottolineare la dignità e l’onore conquistati attraverso il sacrificio di sé. In alto aleggia la Fama, figura femminile alata pronta a dare fiato alla tromba e ad adagiare la corona d’alloro su un clipeo di bronzo.  È proprio questo rilievo bronzeo a segnare il passaggio dal registro allegorico a quello della storia, narrando il cruento martirio di Marcantonio Bragadin, l’eroico governatore di Famagosta scorticato vivo dai turchi nel 1571 dopo undici mesi di estenuante assedio. La sua strenua resistenza tenne impegnate le forze ottomane, permettendo alla Lega Santa di riorganizzarsi per la determinante vittoria di Lepanto. L’immagine nell’ara trova peraltro puntuali analogie iconografiche sia con l’affresco del monumentale cenotafio di Bragadin nella Basilica dei Santi Giovanni e Paolo — il Pantheon della città di Venezia. Il dipinto travalica il puro esercizio attributivo e va a colmare un’importante lacuna nella biografia di Boscaratti: la testimonianza concreta del suo primo soggiorno a Venezia. Eseguita a cavallo tra il sesto e il settimo decennio del Settecento, la tela si rivela essere un’orgogliosa celebrazione dinastica promossa dalla nobile famiglia Bragadin, una delle più antiche “Case vecchie” del patriziato veneto. L’ideazione della commissione si colloca nell’ambito della stretta intesa tra i fratelli Giovanni Bragadin (1699-1775) — già vescovo di Verona, eletto Patriarca di Venezia nel 1758 e patrono del pittore veronese — e il senatore Gasparo Bragadin (1704-1778). Un determinante riscontro d’archivio rintracciato da Giuseppe Sava presso il Fondo Bragadin dell’Archivio di Stato di Venezia ha confermato puntualmente la vicenda: un registro consuntivo di spese datato 15 giugno 1762 attesta il saldo a favore del «Sig. Felice Boscarati Veronese» per l’esecuzione di quadri destinati alle sale di rappresentanza del rinnovato palazzo di famiglia a San Cassiano. La grande tela rappresenta dunque un solenne e ambizioso tributo con cui il patriarca Giovanni e il fratello Gasparo intesero immortalare i meriti e il prestigio del loro glorioso antenato, consegnandone la memoria all’eternità.

Felice Boscarati (1721-1807), pittore veronese che dopo la formazione nella città natale presso Pietro Rotari, soggiornò a Roma, avvicinandosi all’accademia di Pompeo Batoni. L’opera si confronta agevolmente con i lavori migliori del suo percorso, in special modo con quelli degli anni Cinquanta del secolo: dall’Estasi di San Giuseppe da Copertino in San Fermo Maggiore a Verona (1753-1758), alla pala di San Bernardino, pregna di richiami ad Antonio Balestra, nella quale allignano precise corrispondenze nel modo di panneggiare e nell’inconfondibile fisionomia della Fama.

 

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