XVII secolo
50,5 x 65
Frans Wouters (Lier 1612 – Anversa 1659)
Cimone ed Efigenia, 1640–1650 circa
Olio su rame, cm 50,5 x 65
Expertise di Didier Bodart
La tela raffigura il celebre episodio mitologico tratto dal Decameron di Giovanni Boccaccio (Giornata V, Novella 1), avente per tema la favola di Cimone ed Efigenia, un soggetto di straordinaria fortuna iconografica nella pittura barocca di matrice fiamminga ed europea, resa celebre dalle invenzioni di Peter Paul Rubens e Cornelis de Vos. Il soggetto, legato alla tradizione pastorale e arcadica diffusa nella pittura fiamminga e olandese tra Cinque e Seicento (cfr. E. Wind, 1933), si distingue dal consueto repertorio del Riposo di Diana sorpresa dai satiri per la specifica intonazione poetica e letteraria.
La composizione mette in scena il momento culminante del racconto: il giovane Cimone, rozzo e incolto pastore giunto per caso presso un fonte ombroso, resta folgorato dalla visione della bellissima Efigenia, adagiata nel sonno su ricchi drappeggi insieme alle sue ancelle. Il dipinto illustra il potere nobilitante dell’Amore, capace di trasformare un’indole rozza in un animo gentile e raffinato attraverso la contemplazione della bellezza.
L’opera è qui restituita con certezza alla mano di Frans Wouters e collocata cronologicamente nel suo decennio di piena maturità, tra il 1640 e il 1650. Formatosi ad Anversa dal 1628 presso Pieter van Avont e ammesso come maestro nella Gilda di San Luca nel 1634, Wouters prese parte l’anno successivo all’allestimento dell’Ingresso Solenne del Cardinale-Infante Ferdinando d’Austria, sotto la direzione di Pietro Paolo Rubens. La sua carriera lo portò successivamente alle corti di Vienna e Londra — dove lavorò al fianco di Antoon van Dyck e fu nominato pittore del Principe di Galles — prima di rientrare ad Anversa nel 1641 per dedicarsi prevalentemente a composizioni mitologiche e storiche immerse in ampi contesti naturali.
In questo dipinto, l’evento allegorico è sottolineato con efficacia dalla presenza dei due cupidi: uno in volo, intento a scagliare la freccia d’amore verso il giovane, e l’altro a terra che impone il silenzio con il gesto del dito sulle labbra (signum harpocraticum), a proteggere la quiete della fanciulla sopita. A fare da sfondo alla scena figura un’architettura classica con fontana monumentale sormontata da una scultura di putto e impreziosita dalla presenza di un pavone, antico simbolo di bellezza, lusso ed eleganza, che qualifica l’ambientazione in senso idilliaco e aristocratico.
Dal punto di vista dello stile e della storiografia critico-artistica, Wouters emerge come uno degli interpreti più raffinati e seducenti della maniera rubensiana, celebre per la capacità di arricchire i paesaggi con «piccole figure non comuni», secondo la felice definizione del lettore settecentesco Jean-Baptiste Descamps. Questa specifica redazione su rame si colloca ai vertici della sua produzione, accostandosi per tenore qualitativo e resa atmosferica al Paesaggio con ninfe e satiri della National Gallery di Londra (inv. 1871) e alle due tele con storie di Diana al Kunsthistorisches Museum di Vienna, oltre a rientrare nel novero delle sue celebri invenzioni profane (come la Callisto di Kroměříž/Olomouc, la Venere e Adone di Copenaghen o il Ratto d’Europa di Gotha). L’impianto compositivo evidenzia una profonda assimilazione dei modelli di Rubens – in particolare della grande tela di medesimo soggetto a Vienna – e s’inserisce in una precisa cerchia di derivazioni e varianti della scuola anversese, tra le quali si ricordano l’incisione all’acquaforte di Cornelis Schut e il prototipo perduto attribuito a Van Dyck (già nella collezione Rotterdamche di Josua van Belle nel 1730).
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