XVII secolo
35 x 31 (1)
Piemonte, XVII secolo
Dodici Sibille
Olio su tela, cm 35 x 31 (1) – con cornice, cm 43 x 40 (1)
Il ciclo qui presentato raccoglie dodici tele di piccolo formato, dedicate alle dodici sibille dell’antichità classica: Frigia, Agripina, Europea, Eritrea, Libica, Egizia, Persica, Tiburtina, Delfica, Samia, Cumana ed Ellespontina. Ogni figura è identificata da un’iscrizione posta nell’angolo superiore della tela, secondo la formula “SIB:” seguita dal nome, elemento che rende il ciclo immediatamente leggibile anche a distanza di secoli. Le sibille sono raffigurate a mezzo busto, alternando pose frontali, di profilo e di tre quarti, in una varietà compositiva che dona dinamismo alla serie pur mantenendo una coerenza stilistica di fondo. Tutte le figure indossano abiti sontuosi dai colori vivaci – blu, ocra, rosso mattone, verde – impreziositi da ricami dorati, perle, gioielli e acconciature elaborate con turbanti, diademi e veli, secondo un gusto per l’esotico e il fastoso tipico della ritrattistica di fantasia seicentesca.
Dal punto di vista storico-artistico, l’impianto compositivo e la resa fisionomica di queste tele rimandano a modelli tardo-manieristi diffusi in area piemontese tra la fine del Cinquecento e i primi decenni del Seicento, vicini alla maniera di Giovanni Angelo Dolce, attivo tra Torino e il Piemonte meridionale, e ad Antonino Parentani, pittore documentato nella prima metà del secolo presso la Certosa di Pesio, dove realizzò un ciclo con le Storie della vita della Vergine affiancato, non a caso, da una teoria di sibille. Questo precedente iconografico è particolarmente significativo, poiché testimonia come il soggetto delle sibille fosse un tema ricorrente nella committenza religiosa e nobiliare piemontese del periodo. Anche le collezioni pubbliche di Cuneo conservano un analogo ciclo di tele con busti di sibille, a conferma della diffusione e della fortuna di questa iconografia nel territorio, spesso replicata da botteghe locali che attingevano a un repertorio figurativo condiviso, fatto di cartoni e modelli a stampa circolanti tra pittori.
Le sibille, nella tradizione greco-romana, erano figure femminili semidivine dotate del dono della profezia, ispirate direttamente dagli dei a pronunciare oracoli sul destino degli uomini e delle nazioni. Provenienti da luoghi diversi del mondo antico – la più antica sarebbe vissuta in Eritrea nell’VIII secolo a.C. – le sibille si diffusero dall’Oriente attraverso la Grecia fino a Roma, dove i loro celebri libri oracolari furono custoditi gelosamente e consultati dal Senato nei momenti di crisi politica e religiosa. Il loro numero, variabile secondo le fonti tra dieci, dodici e quattordici, si stabilizzò nella tradizione medievale e rinascimentale attorno alla dodecade qui rappresentata. Fu la Chiesa cristiana, a partire dai primi secoli e poi con rinnovato vigore nel Rinascimento, a recuperare queste figure pagane reinterpretandole come profetesse che, al pari dei profeti veterotestamentari, avrebbero preannunciato l’avvento di Cristo e della redenzione. Questo parallelismo tra profeti ebraici e sibille pagane, codificato anche da Michelangelo nella volta della Cappella Sistina, ne garantì la sopravvivenza iconografica ben oltre l’epoca classica, rendendole soggetto privilegiato di cicli decorativi religiosi e civili fino a tutto il Seicento.
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