XVII secolo
90 x 75
Paris Bordon (Treviso, 1500 – Venezia, 1571), seguace di
Consegna dell’anello al doge
Olio su tela, cm 90 x 75 – con cornice, cm 106 x 91
Nel 1534 la Scuola Grande di San Marco deliberò di commissionare “uno o doi teleri” per la sala dell’Albergo e, dopo un concorso pubblico, affidò il lavoro a Paris Bordon, che realizzò quella che è considerata la sua opera migliore. La tela, collocata tra la Burrasca di mare di Palma il Vecchio e il San Marco risana Aniano di Mansueti, fu requisita durante la dominazione francese e spedita a Parigi nel 1797, per rientrare a Venezia dopo la restaurazione del 1815 e approdare nel 1829 alle Gallerie dell’Accademia. Il dipinto che osserviamo è una versione di dimensioni ridotte di quel monumentale telero, eseguita da un pittore veneto seguace di Bordon, che ne riprende con fedeltà l’impianto, la teatralità e il racconto.
La scena illustra l’epilogo della cosiddetta leggenda del pescatore, nata dal pauroso nubifragio che colpì Venezia in una notte di febbraio del 1341 o 1342. Secondo la tradizione, un vecchio pescatore, ignaro della loro identità, traghettò alla bocca di porto del Lido i santi Marco, Nicola e Giorgio, che placarono la tempesta scatenata da una nave demoniaca diretta a sommergere la città: bastò il segno della croce perché l’imbarcazione infernale, con la sua ciurma di demoni, fosse inghiottita da un vortice. Tornato il sereno, i santi si rivelarono all’attonito pescatore e san Marco gli affidò il proprio anello, perché lo portasse il mattino seguente al doge a testimonianza del prodigio. Il doge riconobbe in quel gioiello lo stesso anello custodito nel Tesoro della Basilica, e fu così certo che non potesse essere stato trafugato: il pescatore venne creduto da tutti.
È proprio questo momento che la tela mette in scena. Sulla destra, in un’alta tribuna rivestita di ricchi damaschi, siede il doge in manto dorato e corno ducale, circondato dai senatori nelle loro vesti rosse, rosa e azzurre, che commentano con gesti di stupore l’evento. Il vecchio pescatore, quasi svestito e scalzo, sale timoroso i gradini e tende l’anello verso il doge, mentre un personaggio in rosso, che si china accanto a lui, sembra introdurlo alla presenza del sovrano. A sinistra, sui gradini, si inginocchia il Guardian Grande della Scuola di San Marco in un prezioso manto broccato, affiancato da un gruppo di confratelli che assistono alla scena. In primo piano, un giovane seduto sul bordo della scalinata volge lo sguardo verso l’alto, introducendo lo spettatore nel racconto.
Il dipinto vale tuttavia anche per la scenografia architettonica, che nell’originale era una novità per Venezia. L’episodio si svolge in una loggia monumentale, aperta in profondità su una piazza animata da figure, con un palazzo sullo sfondo che allude a Palazzo Ducale. L’unico riferimento reale è il campanile della Madonna dell’Orto, eretto nel 1503, che Bordon conosceva bene perché abitava nelle vicinanze. La costruzione prospettica, con la sua successione di piani, discende dagli schemi teatrali descritti da Sebastiano Serlio nei Sette libri dell’architettura, e la scala è ripresa direttamente dal Libro II, pubblicato a Parigi nel 1545: per questo gli studiosi datano l’originale a non prima di quell’anno. Vi si riconoscono anche l’influsso di Tiziano e la vicinanza ai manieristi toscani attivi in laguna, a partire da Jacopo Sansovino, oltre a una tavolozza fredda e luminosa da vero coloritore. Bordon, lodato con entusiasmo anche da Vasari, potrebbe essersi ispirato all’arazzo cinquecentesco commissionato nel 1530 dal doge Francesco Donà al fiammingo Jan Rost, oggi nel Museo Marciano. Alle Gallerie dell’Accademia l’originale è esposto accanto alla Burrasca di mare di Palma il Vecchio, che mostra lo scontro con la nave demoniaca e conserva a destra un inserto con la barca e i tre santi attribuito allo stesso Bordon.
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