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Epoca

XIX Secolo

Misure

H. 10,8 cm

Descrizione

XIX secolo

Piccolo boccale in avorio (tankard)

Avorio intagliato, montatura in argento con interno dorato, smeraldi, rubini e perla

H. 10,8 cm

 

L’universo delle arti decorative del diciannovesimo secolo ha spesso guardato ai fasti del Barocco e del Rinascimento come a un repertorio inesauribile di meraviglia, traducendone l’opulenza attraverso manufatti di straordinario virtuosismo tecnico ed esecutivo. Ne è un esempio sublime questo piccolo boccale o tankard in avorio, un’opera da vetrina e da alta collezione che condensa in poco più di dieci centimetri d’altezza una ricchezza materica e formale impressionante. Il corpo cilindrico in avorio scolpito dialoga armoniosamente con una sontuosa montatura in argento lavorato, impreziosita all’interno da una calda doratura e decorata all’esterno con una profusione di gemme preziose. Smeraldi finemente incastonati ornano la base profilata e i viticci del manico, mentre rubini e perle decorano il coperchio bombato, culminante in un pomolo scultoreo a figura intera che sorregge una grande perla barocca, esaltando la vocazione tipicamente eclettica dell’oggetto.

L’opera si eleva per una narrazione plastica che avvolge l’intera parete cilindrica, svelando un episodio cruciale della letteratura epica classica tratto dal diciannovesimo libro dell’Odissea. Si tratta della commovente e tesa scena del lavaggio dei piedi di Ulisse, rientrato a Itaca sotto le mentite spoglie di un vecchio mendicante. Su esplicito ordine di Penelope, la fedele e anziana nutrice Euriclea viene incaricata di accogliere l’ospite sconosciuto e di lavargli i piedi, un gesto rituale di ospitalità che si trasforma nel momento del riconoscimento segreto, quando la donna individua una cicatrice sul ginocchio dell’eroe procurata in gioventù da un cinghiale sul monte Parnaso.

La complessa composizione a rilievo si sviluppa con continuità narrativa e grande senso teatrale. Al centro della narrazione non troviamo infatti un personaggio già assiso, bensì uno sgabello imbottito vuoto, l’esatto seggio predisposto ad accogliere l’eroe. Dietro questo sedile si staglia nettamente in piedi una figura femminile, verosimilmente la stessa regina Penelope o Euriclea, colta mentre sovrintende ai preparativi con un gesto cerimonioso ed elegante delle mani, quasi a indicare lo spazio destinato all’ospite da onorare. Di fronte allo sgabello, pronta ad adempiere all’ordine regale, si inginocchia la figura della serva, interamente protesa verso il basso dove è posizionato il catino per il bagno rituale. Ulisse si erge solennemente, celato da una folta barba e da vesti dimesse, mantenendo un atteggiamento guardingo per evitare che il suo segreto venga svelato prima del tempo. Accanto a lui si muovono figure di supporto, tra cui spicca la figura di un giovane uomo, identificabile con il figlio Telemaco, che funge da scorta e custode del padre all’interno della propria dimora ormai invasa dai Proci. L’artefice dell’avorio organizza lo spazio combinando abilmente l’alto e il bassorilievo, definendo uno sfondo architettonico a graticcio e alberi frondosi che incorniciano i personaggi, conferendo profondità spaziale a una superficie così ridotta.

Dal punto di vista dei confronti e dell’ispirazione plastica, il boccale si riallaccia alla gloriosa tradizione dei tankard d’avorio prodotti ad Augusta, Norimberga e nei centri fiamminghi durante il Seicento, celebri per le loro narrazioni avvolgenti a tema mitologico o sacro. L’intagliatore ottocentesco dimostra una profonda conoscenza di questi modelli, infondendo nei panneggi continui e morbidi delle vesti e nelle anatomie delicate delle ancelle una grazia accattivante. Ad accentuare il legame con l’universo dionisiaco ed edonistico tipico dei recipienti da parata barocchi intervengono gli elementi metallici: il pomolo del coperchio e il sontuoso manico a voluta sono infatti interamente modellati come satiri guizzanti a figura intera. Queste creature mitologiche, dalle zampe caprine arricciate e dai volti espressivi incorniciati dalla barba, sembrano arrampicarsi sulla struttura d’argento, creando un raffinato contrasto tematico e stilistico tra la sacralità della scena biblica scolpita nell’avorio e la vitale licenziosità pagana espressa dall’oreficeria. Il risultato è un piccolo capolavoro di microscultura, concepito per affascinare lo sguardo ravvicinato dei conoscitori all’interno delle più esclusive Wunderkammer del secolo diciannovesimo.

 

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