XVII secolo
152 x 123
Cerchia di Marcantonio Franceschini (Bologna, 1648 – 1729)
Loth e le sue figlie
Olio su tela, cm 152 x 123
Con cornice, cm 163 x 133
L’idilliaca ambientazione della scena, i colori ricchi e i volti rosei, così come la posa della figlia, richiamano senza alcun dubbio le opere del pittore bolognese Marcantonio Franceschini (Bologna, 5 aprile 1648 – Bologna, 24 dicembre 1729), come ben si nota nel dipinto di omologo soggetto della Dulwich Picture Gallery. Ma i raffronti si possono rintracciare in tutta la produzione del Franceschini; per esempio La nascita di Adone della Dresden Gemäldegalerie Alte Meister, l’Adamo ed Eva del Mauritshuis, l’Armida tenta di uccidere Rinaldo addormentato del Museo Civico di Modena e Le stagioni della Pinacoteca Nazionale di Bologna. Lo stile di Franceschini si caratterizza per l’accuratezza decorativa, l’eleganza compositiva e una sensibilità cromatica controllata. Pur essendo un artista pienamente barocco, seppe mitigare il dramma e il dinamismo tipici di quel periodo con una tendenza più misurata, accademica e idealizzata, spesso erede del classicismo di Guido Reni e Domenichino.
L’episodio qui raffigurato è quello di Loth e le sue figlie, così’ come raccontato nel capitolo 19 Genesi. Si colloca dopo la distruzione di Sodoma e Gomorra, da cui Lot, ritenuto giusto, sfugge con le due figlie, rifugiandosi in una caverna dopo aver perso la moglie. Le figlie, credendo di essere le sole rimaste al mondo e volendo preservare la stirpe familiare, decisero di far ubriacare il padre Lot per due notti consecutive. Ciascuna giacque con lui, a sua insaputa, in un atto estremo motivato dalla necessità di procreazione in quel contesto di desolazione totale. Da queste unioni incestuose, entrambe le figlie concepiscono e partoriscono un figlio. La maggiore dà alla luce Moab, capostipite dei Moabiti, e la minore partorisce Ben-Ammi, capostipite degli Ammoniti. Questi due popoli, nati da un atto considerato trasgressivo ma motivato dalla necessità di perpetuare la stirpe in un contesto apocalittico, divennero in seguito acerrimi nemici del popolo di Israele.
Marcantonio Franceschini (Bologna, 5 aprile 1648 – Bologna, 24 dicembre 1729) è stato uno dei pittori più importanti e prolifici della scuola bolognese a cavallo tra il XVII e il XVIII secolo. Franceschini ricevette la sua prima educazione artistica presso Giovanni Maria Galli, detto il Bibiena. Tuttavia, l’incontro fondamentale per la sua carriera avvenne dopo il 1668, quando entrò nella bottega di Carlo Cignani, divenendone l’allievo prediletto. Operò al fianco del maestro per quasi vent’anni, specialmente nella difficile tecnica dell’affresco, lavorando a cicli decorativi in diverse città, tra cui Parma (Palazzo del Giardino). Dopo la partenza definitiva di Cignani per Forlì nel 1686, Franceschini stabilì la sua bottega indipendente a Bologna, diventando il nuovo caposcuola in città. L’ultimo decennio del secolo non solo confermò il successo dell’artista in patria, ma vide anche una fortunata proiezione della sua opera in area europea. Tuttavia, Franceschini scelse di non lasciare mai la sua città, rifiutando l’invito di Carlo II, re di Spagna (incarico poi accolto da Luca Giordano), e quelli dell’elettore palatino Johann Wilhelm, che lo voleva a Mannheim per decorare il suo palazzo, e del principe del Liechtenstein, che gli prospettava un incarico a Vienna. Nonostante ciò, la sua fama si diffuse: tra i numerosi collezionisti europei che richiesero le sue opere, figurano Augusto Federico II di Sassonia, il principe Federico Cristiano, conte di Schaumburg-Lippe, il marchese di Exeter e il conte Kaunitz. I soggetti richiesti da questa colta aristocrazia ruotavano prevalentemente intorno a eventi mitologici, favole arcadiche, fatti veterotestamentari e temi letterari. Per il Principe del Liechtenstein, eseguì un vasto ciclo pittorico per il Giardino d’Inverno del Palazzo di Rossau a Vienna. Lavorò intensamente a Genova (come negli affreschi per il Palazzo Lomellino e la Chiesa di San Filippo Neri), tra il 1689 e il 1696, realizzò a Bologna e Modena opere di grande respiro, tra cui il ricchissimo ciclo decorativo per la chiesa bolognese del Corpus Domini (detta anche “della Santi”). Nel 1711, l’artista fu chiamato a Roma da Papa Clemente XI con l’incarico di eseguire i cartoni per i mosaici della cappella del coro in S. Pietro, un compito precedentemente affidato a Carlo Maratta. Questo lavoro gli valse la nomina a Cavaliere. Agli inizi del Settecento, Franceschini ebbe un ruolo fondamentale nella fondazione dell’Accademia di Belle Arti a Bologna. Già dal 1706, Giampietro Zanotti aveva gettato le basi per l’istituzione, aggregando i più noti artisti e intellettuali della città. Franceschini collaborò attivamente, partecipando alla selezione dei quaranta artisti destinati a costituire il primo nucleo dell’istituto e, nell’anno della fondazione, ricoprì la carica di viceprincipe, conferitagli da Cignani (nominato principe). Franceschini rimase uno dei membri di maggior spicco dell’Accademia, venendo scelto per quattro volte (1713, 1718, 1724, 1728) come professore per l’insegnamento di figura, con il titolo di direttore. Morì a Bologna il 24 dicembre 1729, lasciando un’eredità artistica vastissima che segnò il passaggio dalla pittura tardo-barocca a quella settecentesca.
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