XVII secolo
95 x 76
Domenico Carpinoni (Clusone, 1566 – 1658)
Ritratto di Torquato Tasso
Olio su tela, cm 95 x 76 – con cornice, cm 112 x 93
Bibliografia:
– F. Ruggeri, Pittori Bergamaschi, 1984, n.7, pp. 280-281.
– E. De Pascali, Domenico Carpinoni. Arte, fede, devozione popolare, Bergamo, Lubrina Bramani, 2026, pp. 86-87.
– Esposto nella mostra “Domenico Carpinoni. Arte, fede e devozione popolare”
Dal 6 dicembre 2025 al 3 maggio 2026, il MAT – Museo Arte Tempo di Clusone
L’iconografia di Torquato Tasso (1544–1595), il celebre poeta italiano famoso per il capolavoro della Gerusalemme liberata, è stata a lungo dibattuta dalla storiografia dell’arte, divisa tra effigi idealizzate o attribuite erroneamente e prototipi ritenuti fedeli dal naturale, come i celebri ritratti eseguiti da Scipione Pulzone e Federico Zuccari. Le testimonianze dei contemporanei e le incisioni d’epoca ne hanno fissato i tratti caratteristici: fronte ampia e squadrata, sguardo profondo, naso pronunciato, barba folta ed elegante austerità. In questa tradizione fisionomica si inserisce la presente tela di Domenico Carpinoni. Il dipinto raffigura il letterato all’età di trentotto anni — come precisato dall’iscrizione («Etatis Suæ / An. XXXVIII») —, epoca corrispondente al 1582 circa.
Sebbene Carpinoni sia noto prevalentemente per la vasta produzione sacra, questo ritratto costituisce un raro esempio dell’attività dell’artista nel campo della ritrattistica d’alto profilo. Il poeta è raffigurato a mezza figura al di là di un parapetto lapideo. Il busto, leggermente ruotato verso destra, intercetta il raggio di luce proveniente da una fonte esterna sulla sinistra, generando un’ampia ed efficace ombra portata sulla parete di fondo. Tasso rivolge lo sguardo verso l’osservatore con un’espressione grave, assorta e seria; presenta occhi marroni, capelli corti castano scuro, baffi e barba appuntita. Indossa un severo abito nero da cui affiora il colletto di una camicia bianca dalla foggia lineare e sobria. A rimarcare con evidenza l’alta estrazione intellettuale del personaggio è il gesto della mano sinistra, che, esibita in primo piano come a suggerire un’inclinazione contemplativa, poggia verticalmente sul parapetto un prezioso tomo rilegato.
Come osservato dalla critica, la regia delle luci, l’impostazione compositiva e la penetrante analisi psicologica chiamano in causa l’influenza fondamentale di Giovan Battista Moroni — punto di riferimento d’eccellenza per la “pittura della realtà” —, con paralleli stringenti in capolavori quali il Ritratto di uomo con barba e libro a Siena. A questo rigore analitico, che richiama da vicino anche il gusto internazionale di Antonio Moro, Carpinoni sovrappone una stesa pittorica del tutto personale, vibrante e nervosa: la condotta è caratterizzata dalle sue tipiche pennellate guizzanti e intrise di luce di schietta matrice veneta. Nello scarno catalogo ritrattistico dell’artista, l’opera trova un confronto nei Ritratto di nobiluomo della famiglia Lupi (collezione privata) e nel Ritratto di Bernardo Grassi, arciprete di Vilminore di Scalve, per le modalità con cui è condotto l’incarnato del volto, giocato su un registro ribassato e brunastro mediante il sapiente sfruttamento del tono di preparazione della tela. Il modellato asciutto, la definizione anatomo-fisiognomica resa con un chiaroscuro essenziale ma plastico, il taglio netto degli occhi e la stesura per velature sovrapposte ribadiscono l’inconfondibile sigla stilistica del maestro di Clusone.
Domenico Carpinoni nacque a Clusone, in Val Seriana (Bergamo), nel 1566. Notatane la predisposizione artistica, il padre Nicola lo inviò giovanissimo a Venezia, dove svolse l’alunnato nella bottega di Jacopo Negretti, detto Palma il Giovane. Il soggiorno veneto gli permise di assimilare la pittura locale, mostrando particolare interesse sia per la grande tradizione rinascimentale sia per le soluzioni di Jacopo Bassano. Rientrato nella terra natale tra la fine del XVI secolo e i primi anni del Seicento — dove nel 1602 viene registrato per lavori decorativi presso la Scuola del Rosario —, non abbandonò più le sue valli. Sposatosi due volte (nel 1603 con Elena Uccelli), diede inizio a una dinastia di pittori proseguita dal figlio Pietro e dal nipote Marziale. Descritto come figura dal carattere eccentrico, la fama locale gli garantì un elevato tenore di vita fino alla morte, avvenuta a Clusone l’11 maggio 1658 all’età di 92 anni. Dal punto di vista stilistico, Carpinoni è un rappresentante del manierismo internazionale e della pittura bergamasca nella fase di transizione e crisi della tradizione veneta. L’influenza del maestro Palma il Giovane (e del prozio Palma il Vecchio) è centrale nel recupero chiaroscurale e nell’artificio lineare dei panneggi. A questo affiancò lo studio delle innovazioni europee mediante l’uso e l’acquisizione di stampe, da cui attinse anche per soggetti d’ispirazione baroccesca (come nei temi della Deposizione o dell’Annunciazione). Le sue pale devozionali seguono spesso lo schema canonico del Cinquecento: la parte superiore è riservata alla divinità o alla Vergine, mentre la sezione inferiore ospita santi o angeli intermediari con i fedeli.
Tra le sue opere principali si ricordano l’Annunciazione per il Santuario della Trinità a Casnigo (1611), il ciclo de Le Sibille a Sovere (1612), la Visitazione (1613) e l’Adorazione dei pastori (1620) sempre a Sovere, il Martirio di San Lorenzo a Barzizza (1614-1624), l’Assunta di Vertova (1633), la Madonna in gloria tra i Santi Rocco e Sebastiano a Ludrigno (1634), la Vergine del Suffragio a Villa d’Ogna (1645) e la Trasfigurazione di Monasterolo del Castello (1656). Altre tele e pale sono conservate in numerose chiese della Val Seriana e della Val Camonica, tra cui Breno, Angolo Terme e la Basilica di Clusone.
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