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Epoca

XVII secolo

Misure

97 x 143 

Descrizione

Pietro Baschenis (Bergamo, 1590-1600 –  1630)

Coppia di paesaggi fantastici

Affresco staccato applicato su tela, cm 97 x 143

Questa coppia di affreschi staccati e riportati su tela costituisce una testimonianza di grande interesse all’interno della produzione profana e decorativa di Pietro Baschenis (1590 ca. – 1630), tra i rappresentanti più fecondi e aggiornati della celebre dinastia di pittori originaria di Averara, attiva per generazioni nell’area bergamasca e nelle vallate alpine.

Originaria della frazione di Colla a Santa Brigida, nella Valle Averara in provincia di Bergamo, la dinastia dei Baschenis ha costituito per oltre due secoli — tra la metà del Quattrocento e la fine del Seicento — una delle botteghe di pittori itineranti e frescanti più operose ed emblematiche delle valli alpine lombarde e trentine. Divisa storicamente nei due rami principali dei Lanfranco e dei Cristoforo, la famiglia ha tramandato di padre in figlio un linguaggio figurativo d’immediata presa popolare, specializzato principalmente nella decorazione murale ad affresco per chiese, oratori e santuari rurali. In questo articolato albero genealogico si colloca Pietro Baschenis (Bergamo, 1590 ca. – 1630), pronipote di Cristoforo il Vecchio e figlio di Antonio, tra i primi membri della dinastia a nascere direttamente nel capoluogo orobico anziché nella valle d’origine. Formatosi nella bottega di famiglia ma attento alle suggestioni dei contemporanei attivi a Bergamo tra Cinquecento e Seicento — quali Gian Paolo Cavagna, Enea Salmeggia e Francesco Zucco —, Pietro consolidò la propria posizione economica e professionale anche grazie al fortunato matrimonio con Clara Porta, figlia del celebre stuccatore di origine luganese Lorenzo Porta. Questa parentela gli permise di accedere a importanti commissioni sia nell’ambito dell’arte sacra sia nei complessi decorativi profani per la nobiltà cittadina, prima di morire prematuramente durante la devastante epidemia di peste del 1630. Pietro rappresenta storicamente l’ultimo grande interprete della tradizione dei frescanti di casa Baschenis, anticipando la stagione di Evaristo Baschenis, che di lì a poco avrebbe legato il nome della famiglia alla celebre pittura di natura morta e di strumenti musicali.

Affrancati dal registro devozionale proprio della pittura d’altare e dei cicli sacri che l’artista diffuse capillarmente nel territorio campestre, i due riquadri appartengono interamente all’ambito della decorazione d’interni per la committenza nobiliare e borghese del primo Seicento. In essi si riflette appieno la fortuna della pittura di paesaggio d’invenzione, concepito come inserto narrativo ed “evasione figurativa” entro più complessi apparati parietali per palazzi urbani o residenze di villa.

Nel primo dipinto la composizione si articola attorno a uno scenario lacustre dominato al centro da una capricciosa emergenza architettonica, dove un tempietto a pianta circolare sormontato da cupola si addossa a una torre quadra di gusto tardo-medievale; tutt’intorno, sulle acque racchiuse da rilievi collinari, si svolgono vivaci scene dedicate alla pesca, tra un pescatore a torso nudo immerso vicino a una nassa a rete e figure con caratteristici copricapi rossi intente a manovrare una rete da un’imbarcazione a fondo piatto. La seconda raffigurazione sviluppa invece il tema dinamico della caccia in un paesaggio montano e fluviale, incorniciato da quinte alberate: qui due cacciatori abbigliati secondo la moda del tempo — uno vito di tergo che trattiene un levriero alla catena e l’altro armato di lancia mentre guada un corso d’acqua — guidano la muta di cani sulle tracce della selvaggina, sotto un cielo percorso da nubi luminose e dominato in distanza da un piccolo borgo arroccato.

L’inconfondibile cifrario stilistico di Pietro Baschenis emerge con evidenza nella tavolozza tenue e terrosa, orchestrata su gamme di ocra, bruni, verdi desaturati e rossi mattone, stesi con una pennellata sintetica e corsiva tipica della pittura murale a rapida esecuzione. Le architetture d’invenzione, che fondono citazioni classicheggianti e strutture fortificate della tradizione rurale lombarda, non rispondono a una rigida prospettiva geometrica, bensì a una sensibilità decorativa e scenografica, tesa a evocare un’atmosfera bucolica e ideale. Allo stesso modo, la resa delle macchiette umane — contrassegnate da profili accentuati, gestualità immediata e una resa anatomica essenziale — mostra la tipica pronuncia del pittore, orientata alla vivacità del racconto visivo più che al dettaglio micro-analitico.

L’inserimento di questi due brani nel catalogo di Pietro Baschenis trova puntuali riscontri nella produzione civile eseguita dall’artista tra la seconda e la terza decade del Seicento. Particolarmente calzante appare il confronto con gli inserti paesaggistici e le grottesche realizzati nel 1615 per il Palazzo Nuovo (oggi Biblioteca Civica “Angelo Mai” di Bergamo), dove nei riquadri minori compaiono analogo gusto per la narrazione dei mestieri e del lavoro all’aperto e identica costruzione macchiettistica. Analogamente, nei cicli affrescati per Casa Bonoremi a Bergamo (1624) e soprattutto nella villa Bonoremi-Armanni a Levate (1627), dove l’artista interviene in stretta sinergia con la bottega di stuccatori della famiglia Porta, con cui si era imparentato, si ritrova la medesima impostazione di sfondi collinari, tempietti isolati e quinte vegetali sfumate. Destinati originariamente a servire da sovraporte, fregi parietali o quadri riportati entro quadrature a stucco in un salone di rappresentanza, gli affreschi testimoniano l’adesione al topos classico delle scene di caccia e di pesca, allegoria dei passatempi aristocratici e della vita contemplativa in villa.

 

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